CHI CI GUADAGNA DALLA CRISI ECONOMICA?

Chi ci guadagna dalla crisi economica? Si sente sempre parlare (tanto più in questi giorni di campagna elettorale), di economia reale ed economia finanziaria, ma di cosa si tratta realmente?

L’economia reale è quell’ambito della vita economica collegato alla produzione ed alla distribuzione di beni e servizi. Fabbriche, terreni, immobili e merci. Insomma, tutto ciò che riguarda la produzione in senso generale.

Per economia finanziaria invece, s’intendono invece tutti i prodotti come azioni, obbligazioni, derivati, mutui, finanziamenti e polizze.

Un’economia che non produce effettivamente nulla, ma che oggi è essenziale per il reperimento di capitali necessari al buon funzionamento di un’attività nell’economica reale.

Questi due settori, per quanto separati, sono però comunicanti.

Quando la Banca Centrale Europea immette liquidità (denaro), questa viene distribuita tramite le banche ordinarie, che a loro volta la riversano a famiglie ed aziende sotto forma di prestiti.

Questo denaro, entra così nell’economia REALE come investimento alle attività ed alla produzione,  agevolando l’insorgere dell’inflazione.

Ovvero, l’aumento prolungato del livello medio dei prezzi di beni e servizi, che a sua volta genera una diminuzione del potere d’acquisto della moneta (quando con la stessa cifra, si acquista una quantità minore di beni e servizi).

Il denaro immesso, torna così al sistema finanziario sotto forma di investimenti o restituzione di prestiti, interessi e spese.

 

In questa situazione, a preoccupare sono i dati emersi nel rapporto Oxfam «Ricompensare il lavoro, non la ricchezza», diffuso alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos.
Si allarga infatti la forbice tra i più ricchi e i poveri del mondo.

L’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato all’1% più ricco della popolazione globale, mentre a 3,7 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera del mondo non è arrivato un solo centesimo.
«Il sistema economico attuale – si legge nel rapporto – consente solo a una ristretta élite di accumulare enormi fortune, mentre centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame».

È aumentato infatti, con un ritmo impressionante (1 ogni 2 giorni), da marzo 2016 a marzo 2017, il numero dei “miliardari”.

Su scala globale, dal 2006 al 2015, i “miliardari”, sono cresciuti del 13% all’anno.

6 volte più velocemente dell’incremento annuo salariale, di appena il 2%, che ha riguardato i comuni lavoratori.

Inoltre, il Rapporto segnala che i due terzi di questa ricchezza non deriva dal loro lavoro ma è ereditato o arriva da rendite monopolistiche (il risultato di rapporti clientelari).

Disuguaglianza, che preoccupa anche in Italia.

A metà 2017, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, il successivo 20% ne controllava il 18,8%, lasciando al 60% più povero appena il 14,8% della ricchezza nazionale.

La quota di ricchezza dell’1% più ricco degli italiani superava di 240 volte quella detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione.

Tra le cause di questa “particolare” disuguaglianza, l’attuale sistema economico.

“Il costante incremento dei profitti di azionisti e top manager corrisponde a un peggioramento altrettanto costante dei salari e delle condizioni dei lavoratori” – si legge nel rapporto.

Secondo gli analisti della confederazione internazionale di organizzazioni non profit, tra le ragioni principali di questa situazione ci sono «la forsennata corsa alla riduzione del costo del lavoro che porta all’erosione delle retribuzioni» e «la colpevole negligenza verso i diritti dei lavoratori e la drastica limitazione del loro potere di contrattazione nel mercato globale».

Complici, anche i «processi di esternalizzazione lungo le filiere globali di produzione; la massimizzazione ad ogni costo degli utili d’impresa a vantaggio di emolumenti e incentivi concessi ai top-manager; la forte influenza esercitata da portatori di interessi privati, capace di condizionare le politiche».

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