La pandemia peggiora anche la salute dei mari e degli oceani. I dati e le stime sulla quantità di plastica finita in mare, a causa di errati smaltimenti di test, dpi e altro materiale sanitario, sono drammatici.

La pandemia di Covid peggiora anche la salute dei mari e degli oceani. Da quasi due anni, tutto il mondo è alle prese con l’emergenza sanitaria e ci siamo tutti ritrovati a dover utilizzare dispositivi di protezione individuale (dpi) come mascherine, guanti e visiere, ma anche altri prodotti in plastica come alcune componenti dei tamponi diagnostici. Tutto materiale che andrebbe smaltito correttamente e che, quando questo non accade, finisce inevitabilmente per peggiorare la qualità dell’ambiente.

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Uno studio, intitolato ‘Plastic waste released caused by Covid-19 and its fate in the global ocean’, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, ha provato a calcolare l’impatto dell’uomo sull’ambiente, relativamente all’emergenza sanitaria. La ricerca ha coinvolto scienziati a livello internazionale ed è stato possibile stimare che in tutto il mondo sono stati prodotti otto milioni di tonnellate di rifiuti in plastica direttamente associati alla pandemia. Di questi, almeno 25mila tonnellate di rifiuti di plastica, non correttamente smaltiti, sono finiti in mare. “Entro 3-4 anni, una parte significativa di questi detriti di plastica finiranno nelle spiagge o sui fondali marini. Una parte più piccola finirà negli oceani aperti e potrebbe costituire nuove isole di plastica“, spiegano i ricercatori.

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La stima, tra l’altro, è solo parziale, perché si basa sui dati disponibili dall’inizio della pandemia (primo trimestre 2020) fino all’agosto 2021. Come spiegano gli autori dello studio, la maggior parte dei rifiuti di plastica che finiscono nell’oceano arriva dall’Asia e la maggior parte degli scarichi terrestri è costituita da rifiuti ospedalieri. In linea generale, la peggiore gestione dei rifiuti sanitari si concentra nei Paesi in via di sviluppo e conferma una tendenza già consolidata diversi anni prima della pandemia.

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Lo studio permette anche di porre l’allarme sui fiumi, la principale via di trasporto dei rifiuti di plastica fino agli oceani. I fiumi dell’Asia rappresentano il 73% dello scarico totale di plastica, nettamente avanti rispetto a quelli dell’Europa (11%). I fiumi degli altri continenti, invece, costituiscono una percentuale minoritaria. Tra gli autori dello studio ci sono anche ricercatori dell’Università di Nanchino, che hanno elaborato il MITgcm-plastic model, uno strumento che permette di simulare il moto dell’acqua marina spinta dal vento e il galleggiamento della plastica, anche di fronte a fattori esterni (come la degradazione a causa della luce solare o del plancton).

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Sulla base di quel modello e sulla circolazione oceanica, è possibile prevedere che dai vari oceani una certa quantità di plastica finirà nell’Artico e affonderà rapidamente, rischiando di formare, entro il 2025, una zona di accumulo circumpolare. “Quell’ecosistema è già molto vulnerabile a causa dei cambiamenti climatici, l’esposizione alla plastica e i potenziali impatti ecologici sono un ulteriore fattore di preoccupazione” – spiegano i ricercatori – “Serve una gestione migliore dei rifiuti medici e ospedalieri, ma anche una maggior consapevolezza nell’opinione pubblica per quanto riguarda l’impatto ambientale dello smaltimento dei dpi“.

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