Inquinamento

Covid-19, confermata la pericolosa relazione con le polveri sottili

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Confermata la pericolosa relazione tra polveri sottili e covid-19. La Sima annuncia che il coronavirus SARS-Cov-2 è stato ritrovato sul particolato (PM).

Le polveri stanno veicolando il virus. Più ce ne sono più si creano autostrade per i contagi. Ridurre al minimo le emissioni e sperare in una meteorologia favorevole“. Queste le parole di Gianluigi de Gennaro, ricercatore Università di Bari.  E dopo un mese dalla pubblicazione di un Position Paper sulla “Valutazione della potenziale relazione tra l’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione dell’epidemia da Covid-19” arriva la conferma.

La Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) infatti annuncia che il coronavirus SARS-Cov-2 è stato ritrovato sul particolato (PM). Ecco confermata della pericolosa relazione tra polveri sottili e covid-19.  

La conferma arriva dopo un mese dalla pubblicazione di un Position Paper sulla “Valutazione della potenziale relazione tra l’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione dell’epidemia da Covid-19”.

Questa prima prova apre la possibilità di testare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città nei prossimi mesi come indicatore per rilevare precocemente la ricomparsa del coronavirus e adottare adeguate misure preventive prima dell’inizio di una nuova epidemia“, spiega il professor Alessandro Miani, presidente della Sima. 

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Stiamo combattendo una guerra globale contro un essere di pochi micron che sfrutta il nostro corpo per vivere. Il Covid-19 ha una estrema voglia di vivere tanto che è capace di sopravvivere sulle superfici metalliche e plastiche da pochi minuti fino ad massimo di 48 ore.

Uno studio della Harvard T.H. Chan School of Public Health ha confermato che le persone affette da covid-19 e che vivono nelle zone con alti livelli di inquinamento atmosferico hanno maggiori probabilità di morire rispetto alle persone che vivono in aree meno inquinate.

Lo studio esamina il legame tra l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico da particolato fine (PM2.5), generato in gran parte dalla combustione di carburante di automobili, raffinerie e centrali elettriche, e il rischio di morte per COVID-19 negli Stati Uniti.

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Abbiamo l’Italia del nord completamente in ginocchio e mettendo insieme vari studi l’università di Bologna e di Bari sono arrivati alla conclusione che l’inquinamento è un mezzo di trasporto sfruttato dal virus, un problema che uccide già 60.000 persone/anno in Italia ora lo ritroviamo anche amico del virus più famoso del nuovo secolo come riportato nel seguente studio: COVID19 – Position Paper, effetto inquinamento e diffusione virus

Come spiega Leonardo Setti, ricercatore al Dipartimento di Chimica Industriale “Toso Montanari” dell’Università di Bologna: Le prime evidenze relative alla presenza del coronavirus sul particolato provengono da analisi eseguite su 34 campioni di PM10 in aria ambiente di siti industriali della provincia di Bergamo, raccolti con due diversi campionatori d’aria per un periodo continuativo di 3 settimane, dal 21 febbraio al 13 marzo”

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Conferma la ricerca Gianluigi de Gennaro, dell’Università di Bari: “Le polveri stanno veicolando il virus. Più ce ne sono, più si creano autostrade per i contagi. Ridurre al minimo le emissioni e sperare in una meteorologia favorevole”.

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Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), aggiunge: “L’impatto dell’uomo sull’ambiente sta producendo ricadute sanitarie a tutti i livelli. Questa dura prova che stiamo affrontando a livello globale deve essere di monito per una futura rinascita in chiave realmente sostenibile, per il bene dell’umanità e del pianeta. In attesa del consolidarsi di evidenze a favore dell’ipotesi presentata, in ogni caso la concentrazione di polveri sottili potrebbe essere considerata un possibile indicatore o marker diretto della virulenza dell’epidemia da COVID-19”.

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