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PIANTA DEL COTONE. IMPATTI AMBIENTALI E NON SOLO. ECCO COSA NASCONDE

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Di Massimiliano Milone. Il cotone è una risorsa naturale rinnovabile, ma il futuro della sua produzione è sempre più vulnerabile. Quando si parla di cotone non si può prescindere dai tanti impatti ambientali, sociali ed economici che esso genera.

Si pensa che il cotone sia puro e naturale, dato che proviene da una pianta: la verità è che c’è ben poco di puro o di naturale nel cotone tradizionale. Ogni anno vengono riversate sui campi migliaia di tonnellate di sostanze chimiche: gli impatti negativi sull’ambiente includono pertanto la riduzione della fertilità dei suoli, la loro salinizzazione, la perdita di biodiversità, l’inquinamento delle acque, i problemi che derivano dall’uso smodato di pesticidi e fertilizzanti e la veloce diffusione del cotone OGM.

A questi impatti si aggiunge lo sfruttamento della manodopera minorile. La povertà, identificata come una delle cause principali dello sfruttamento minorile (insieme a pesanti carenze legislative e alla debolezza del sistema educativo di alcuni paesi come l’Uzbekistan e l’India), costringe i bambini a lavorare per coprire le spese di sussistenza familiare o per ridurre i rischi di indebitamento derivanti dalla perdita dei raccolti.

Gli impatti economici non sono certo da trascurare. La fluttuazione del prezzo internazionale del cotone, dovuta all’assenza di politiche internazionali di gestione della domanda-offerta (che ha fatto della Cina un paese colonizzatore) e alle politiche di dumping (portate avanti soprattutto dagli Stati Uniti), hanno peggiorato notevolmente la situazione economica di molti paesi, specie di quelli a sud del mondo. In questo scenario internazionale, non sono tutti uguali: paesi come il Mali o l’Uzbekistan, come possono competere con colossi come la Cina, che detta il prezzo del cotone e acquista quasi tutto il cotone mondiale? Non è sufficiente produrre cotone e poi metterlo in vendita, sperando che l’acquirente di turno possa accontentarsi. Quasi sempre, infatti, il mercato del tessile è dominato da quei pochi che domandano e non da quelli che offrono e presenta molti aspetti che mostrano l’intreccio esistente tra nord e sud del mondo. Il nuovo colonialismo, messo in atto dalla Cina, sta riducendo i paesi a sud del mondo a semplici fornitori di cotone a basso costo e sta negando loro il diritto allo sviluppo.

C’è anche da dire che le tipologie di cotone sono innumerevoli: il cotone americano, raccolto meccanicamente, non ha l’eccellenza della fibra africana raccolta a mano o del morbidissimo e luminoso Pima peruviano, ma offre ai suoi clienti una qualità ben definita a un prezzo minore e un tipo di fibra che i consumatori si aspettano. Pertanto, i piccoli imprenditori dei paesi africani rimangono schiacciati da questa richiesta del mercato internazionale e non riescono a vendere il loro cotone, che viene acquistato dalla Cina.

Ma c’è un’altra questione fondamentale, legata agli impatti del cotone. Nel contesto dell’economia globale, l’obiettivo di creare un legame tra un capo di abbigliamento e il suo luogo di produzione appare ambizioso poiché le varie fasi di lavorazione sono frammentate in più stati.

Il commercio del tessile fa il giro del mondo: può succedere che il cotone, proveniente dall’Uzbekistan, venga filato in Turchia e che il tessuto, completato in Italia, venga stampato in Francia con colori cinesi. Nel corso del confezionamento possono essere poi utilizzate fodere inglesi e bottoni provenienti dall’Amazzonia. Infine il prodotto finito può essere esportato in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Australia. Questo è solo un esempio, in apparenza surreale, che però si avvicina molto alla realtà. Infatti, il settore tessile presenta molti aspetti che mostrano l’intreccio esistente tra nord e sud del mondo.

Anche il Made in Italy sconta questa difficoltà, quando pensa che sia sufficiente confezionare un abito entro i confini per garantire gli interessi dell’industria nazionale. Le industrie che sgranano sono spesso geograficamente lontane da quelle che filano e da quelle che realizzano i capi di abbigliamento; in più, i calendari dell’industria non combaciano con quelli dell’agricoltura.

Gli effetti ambientali e sociali connessi alla delocalizzazione delle attività più inquinanti nei paesi in via di sviluppo sono quindi pesantissimi per questi paesi. Invece, le multinazionali del tessile e dell’abbigliamento ci guadagnano: aiutate da minori costi di manodopera e da normative ambientali meno stringenti, hanno tutti gli interessi a spostare la loro produzione nei paesi in via di sviluppo, imponendosi in luoghi, ove per secoli, la coltivazione del cotone era una “questione di famiglia”.

In tutto questo, i consumatori hanno ben poco da guadagnare: informazioni come quella sull’origine geografica di un prodotto, individuate con criteri discutibili, rischiano di tradursi in un inganno insidioso.

Tratto dal libro: Massimiliano Milone, 100% Made in Cotton. Cotone e moda sostenibile, Fondazione Mario Luzi, 2017

 

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