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Costa: “Non basta il Mose per salvare Venezia, il cambiamento climatico è sotto i nostri occhi”

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Intervista a tutto campo del ministro dell’ Ambiente Sergio Costa, dall’emergenza di Venezia alla situazione dell’Ilva di Taranto.

La tragedia di Venezia ha colpito al cuore il patrimonio culturale del paese, ma è soprattutto un’emergenza ambientale che poteva essere evitata. Ne parla il ministro Costa in una lunga intervista a La Stampa

Che cosa pensa il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa di quello che è accaduto a Venezia?

«Che prima ancora di parlare di Venezia,devo citare Gallipoli, Matera, la costa abruzzese. Spazzati da mareggiate o inondati da fiumi di fango. Prima di parlare del particolare, cioè, dobbiamo parlare del generale: il 79% del territorio italiano è fragile per il dissesto idro-geologico. Anche per Venezia,dobbiamo ancorare il discorso a questa fragilità strutturale del nostro Paese. E mi tocca ripetere un discorso sentito mille volte: quanto più si investe nella prevenzione, tanto meno dovremo ricorrere alla Protezione civile. Mi rendo conto che il discorso si sente forse fin dalla fondazione della Repubblica, ma lo stato dell’arte è questo.

 

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Oggi, dal momento della progettazione alla realizzazione di un intervento, occorrono dai 5 ai 7 anni.E questo conteggio scatta dal momento in cui ci sono le risorse. Perciò se si profila un rischio oggi, dobbiamo sapere che se va bene saremo intervenuti tra 7 anni. Per tagliare questi tempi, c’è una mia legge in discussione al Senato, che ho chiamato Cantiere Ambiente, e di cui auspico l’approvazione al più presto»

Ottimo, ministro. Ma Venezia?

«È chiaro che si è aperto il dibattito.Anche a me pare inammissibile che il Mose,dopo tanti anni e tanti miliardi spesi, non sia terminato. È un’opera che va conclusa al più presto. Anche se è terminato al 93%, quel che manca non lo rende ancora funzionale».

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Ma funzionerà? Non arriva troppo tardi, visto che il cambiamento climatico sta variando tutto velocemente?

«Guardi,non sono un ingegnere idraulico e perciò non mi esprimo. In generale, concordo con quanto dice Massimo Cacciari: è stato un errore spendere tutti i soldi per il Mose e niente per la città. Una cosa non può essere alternativa all’altra. Dobbiamo investire sulla resilienza, la mitigazione del rischio, l’adattamento di questa straordinaria ma fragile città che sta sull’acqua. . Per questo il discorso deve essere più generale. Il cambiamento climatico è sotto i nostri occhi. I mari si stanno alzando di diversi centimetri. La tropicalizzazione dei fenomeni meteorologici accentua quella fragilità che dicevo. Ricordate la foresta degli Stradivari in Trentino? Era soltanto un anno fa. Mai prima di allora i venti sono arrivati a 190 km orari»

In realtà, l’acqua alta è un fenomeno antico. O no?

«Conosco l’obiezione. Il picco di acqua alta è del 1966, quando il cambiamento climatico non c’era, vero. Ma se osserviamo la frequenza di questi eventi straordinari, si vede che negli ultimi vent’anni si moltiplicano. Non sono più eventi sporadici, e quindi eccezionali, ma quasi normali. E allora il discorso della prevenzione deve cambiare. Da una dimensione locale e nazionale il discorso deve diventare di prevenzione internazionale. La vera sfida oggi è europea, e si chiama Piano per la transizione energetica di Ursula von der Leyen. È solo con la de-carbonizzazione che salveremo il Pianeta,noi, e anche Venezia»

La salvezza verrà da Bruxelles?

«In Italia faremo la nostra parte, investendo 3 miliardi all’anno per diversi anni nella transizione. E non sono pochi soldini. Ma il piano europeo da 1000 miliardi farà la differenza. Sono coinvolto nella negoziazioni degli obiettivi: va bene aiutare la transizione in alcuni Paesi che sono più indietro, come Polonia, Ungheria o Repubblica Ceca, ma non per questo l’Italia, solo perché ha guardato avanti prima di altri, può essere lasciata indietro».

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Allude, ministro, alla richiesta del M5S in sede europea che il Piano di transizione ricomprenda anche le spese a favore dell’acciaio? Sta parlando di Taranto, ora?

«Io sono convinto e coinvolto nelle discussioni sulla de-carbonizzazione. E ci credo,quando dico che nel periodo medio-lungo anche un’acciaieria come quella, che si basa su un ciclo di metano/carbone dovrà passare all’idrogeno. Non è un discorso dell’oggi o del domani,ma sarà il punto di caduta. Ovviamente dobbiamo costruire il percorso, ma proprio per questo, capirete, il discorso è sovranazionale»

E intanto, per l’oggi, che fare con Taranto?

«Primo, non si può accettare che spengano gli altiforni. Che non sono mica come il forno di casa. Ci vogliono 6 mesi per spegnerli,anche di più per riaccenderli. Più un sacco di soldi. Spegnere significa chiudere per sempre. Invece si deve rispettare il contratto come è. Sono diventato ministro dell’Ambiente nel giugno 2018. A settembre, dato che non mi convinceva il piano ambientale che era nel contratto già siglato, ho preteso di ridiscuterlo. Sono stato io a far introdurre il nuovo piano ambientale e sanitario, compresa la Valutazione dell’impatto sanitario predittivo. Mittal decise liberamente, e non uso questo avverbio a caso, di ridiscutere il piano e di firmare l’addendum. Aggiungo che da quel momento io ho sul tavolo ogni mese i report sull’avanzamento dei lavori di bonifica ambientale. E devo riconoscere che i lavori proseguono come da tabella, anche in questi giorni di crisi».

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Se tutto filava liscio, come mai tante spaccature nel M5S proprio sul tema ambientale di Taranto?

«Le rispondo da tecnico: in questi 18 mesi, i lavori concordati sono andati avanti e nessuno è stato iscritto al registro degli indagati dalla procura di Taranto. Lo scudo penale non è servito. E non serve. È davvero un falso problema come dice Luigi Di Maio. È la paura del nulla»

 

 

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