Scienza e Tecnologia

Coronavirus, stop ricerche sui cambiamenti climatici: si rischia di perdere 5 anni di risultati

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L’emergenza coronavirus ha bruscamente interrotto le ricerche scientifiche in Groenlandia. Ora gli scienziati del progetto EastGrip rischiano di perdere 5 anni di risultati.

Ogni anno 150 scienziati si recano nel più grande ghiacciaio della Groenlandia per il progetto EastGrip. Lo scopo è comprendere come i flussi sotto il ghiacciaio stiano spingendo una gran quantità di ghiaccio negli oceani, contribuendo ad aumentarne il livello. Ma quest’anno questi flussi non saranno misurati a causa del coronavirus.


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Le misure per contenere la diffusione del virus hanno reso impossibile la ricerca. La Groenlandia è chiusa agli stranieri e il suo governo teme particolarmente per la salute delle popolazioni indigene e per la vulnerabilità del sistema sanitario. Anche se il paese fosse aperto comunque non sarebbe facile riunire un gruppo di scienziati da tutto il mondo per portarli a 1,600 km da qualsiasi aeroporto. Inoltre, gli aerei che vengono normalmente utilizzati ora sono a terra: nessuno si prende la responsabilità di portare le comunità isolate a contatto col virus. Gli scienziati speravano di poter terminare lo scavo da 2,660 metri iniziato ormai cinque anni fa per accedere ai flussi di ghiaccio. “Speravamo di poterlo finire quest’anno perché vederne i risultati sarebbe stato molto importante” ha spiegato Dorthe Dahl-Jensen, professore della University of CopenhagenCome fa il ghiaccio a scorrere? E’ quello che ci domandiamo da cinque anni e che speravamo di scoprire. Ora è tutto rimandato. Dovremo vivere senza sapere i risultati”.

Quando il team tornerà il prossimo anno, i dati saranno persi. Un altro anno di neve avrà seppellito la fossa e l’equipaggiamento, il che vuol dire che dovranno impiegare il loro tempo a rimpiazzare e riparare strutture e hardware. E’ un problema che il Dottor Ken Mankoff e il suo team del Geological Survey of Denmark and Greenland dovranno affrontare. “Nel peggiore dei casi ci sarà un ritardo di 12 mesi. Alcuni di questi dati possono comunque essere ottenuti dai satelliti, altri invece saranno perduti”. Dahl-Jensen e Mankoff dovranno attendere prima di poter tornare nei siti e sperare che la perdita di dati non abbia un impatto troppo grande sulla ricerca. Per ora entrambi sono contenti di poter stare a casa al sicuro.

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Ma per gli scienziati più giovani, il cui lavoro si basa su fondi a breve termine e che lavorano per ottenere qualifiche a livello accademico, l’assenza di risultati potrebbe essere un grande problema. Così si rischia di colpire la prossima generazione di scienziati. “Ci sono colleghi molti giovani e questo avrà un impatto sulle loro carriere”. Questo è quello che è accaduto al Dott. Joran Moen, direttore dello University Center in Svalbard (UCIS) in Norvegia; l’istituto è stato chiuso e tutte le ricerche sul campo annullate dal governo norvegese. Circa 70 studenti nelle sole Isole Svalbard non saranno in grado di completare il lavoro sul campo contribuendo a master o dottorati di ricerca. “Il periodo da marzo a giugno è molto importante per le operazioni e per il monitoraggio dei cambiamenti climatici nell’area. Siamo nella parte dell’Artico che sta subendo dei cambiamenti drastici a causa dell’aumento delle temperature. E’ un bel posto in cui essere per vedere come il genere umano influenzi il clima e i suoi effetti. Per quanto riguarda l’assenza dei dati, l’intera comunità di Svalbard avrà dei problemi. Per gli studenti, perdere qualcosa di così importante è un problema”.

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Moen e l’UCIS hanno stanno cercando di portare avanti l’educazione: le lezioni sono state spostate online mentre vengono condotte alcune piccole ricerche con tutte le preoccupazioni necessarie. Dahl-Jensen e Mankoff aspettano di sapere quando potranno raggiungere il loro equipaggiamento e quando lavoro straordinario dovranno fare nella neve ma gli esperti climatici cercano di capire se potranno continuare e quanto del proprio lavoro sarà stato vanificato dal coronavirus.

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