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Coronavirus, quando l’uomo supera i limiti fissati dalla natura

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Di Mario Braga. Stupisce come il comportamento dell’uomo di fronte alle difficoltà non cambi con il passare dei secoli; così la rilettura di alcuni classici della letteratura dimostra come il loro contenuto sia assolutamente contemporaneo.

L’atteggiamento attuale della popolazione ricorda per certi versi quello della peste di Milano del 1630, inserita da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi. Inizialmente i milanesi, di fronte alla notizia del morbo ,si lasciano andare a scherni e derisioni nei confronti delle autorità pubbliche che invitano alla cooperazione. Tutto cambia con i primi morti, poiché a quel punto subentra l’allarmismo.

Così ora, buona parte dei cittadini, di fronte alla pandemia del coronavirus, presi dal panico, hanno deciso di fuggire e di spostarsi nelle regioni del sud, dove la diffusione del contagio è ancora latente, contribuendo invece alla propagazione. Tuttavia il diffondersi del virus non è imputabile soltanto ai “fuggitivi” ma è fondamentale notare l’inadeguatezza delle autorità competenti che si sono dimostrate incerte sul da farsi, ritardando l’adozione di misure restrittive e soprattutto conformi a tutta la nazione.

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Il covid-19 ha esacerbato i gravi problemi che la nostra società deve affrontare. Fa riflettere così la condizione degli strati disagiati che, impossibilitati a continuare il loro lavoro, si trovano in difficoltà nell’acquisto dei generi di prima necessità. Esistono tuttavia associazioni di volontariato che, anche con un numero esiguo di volontari, si stanno occupando di consegnare pacchi alimentari a un numero sempre maggiore di indigenti.

Stupisce come, anche in condizioni di estrema drammaticità, ci siano persone pronte a raggirare i cittadini, spacciandosi per membri di associazioni e raccogliendo denaro per fini di lucro. Analogamente non si fermano gli interessi dei capitalisti,dal momento che chiudono i parchi ma non le fabbriche: a risentirne sono gli operai costretti a lavorare in condizioni prive di sicurezza e a prendere mezzi pubblici, dove non si può applicare il distanziamento sociale.

Ad essere rivoluzionato è anche il sistema scolastico italiano che ha rivelato la sua fragilità. A farne le spese sono soprattutto gli studenti; infatti il Governo in queste condizioni non è i grado di garantire a tutti il diritto all’istruzione. Pochi istituti, con maggiori fondi a disposizione, sono riusciti a organizzare la didattica a distanza in maniera propositiva, mentre per la maggior parte degli studenti le video lezioni non sono ancora garantite. Tale metodologia non tiene conto delle differenze sociali: non tutti gli studenti e non tutto il personale docente possiedono gli strumenti e le abilità necessarie. Il ministero ha in questo modo favorito l’utilizzo di piattaforme diverse, appartenenti alle grandi aziende del software, lasciando nell’incertezza studenti e insegnanti. La chiusura delle scuole amplifica problemi che già esistevano precedentemente, causati da anni di politiche di smantellamento e di tagli generalizzati all’istruzione pubblica voluti dal diktat dell’UE.

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Nei giorni di emergenza si ripetono gli appelli a stare uniti come popolo, a fare uno sforzo collettivo, a non alimentare divisioni politiche e sociali nel paese. Ma la verità è che non siamo tutti uniti sulla stessa barca e non lo saremo mai.

Il virus di per sé non fa distinzioni di classe, la sicurezza purtroppo si. Perché mentre ci sono potenti che dalle loro ville invitano a stare a casa, c’è chi continua a lavorare anche nei settori non essenziali in condizioni di totale assenza di sicurezza. Un esempio è costituito dalle consegne di generi di dubbia necessità da parte dei rider continuamente esposti ai rischi del contagio. Perché il profitto degli industriali non va mai in quarantena.

L’avanzare del progresso e con quest’ultimo del capitalismo hanno fatto sì che gli individui, troppo presi dagli affari e dalla ricerca del lusso, non si interrogassero più sulle grandi questioni metafisiche, portando così la morte ad essere considerata un vero e proprio tabù, un argomento da evitare. Così quando qualcuno muore lo fa in silenzio, talora nell’indifferenza. Con la pandemia però, cambia tutto, tutti siamo possibili morituri. Il virus è forse ciò di che più democratico ci sia, ci rende tutti uguali, colpisce ricchi e poveri. A questo punto le priorità dell’uomo moderno, che vuole con le sue capacità controllare tutto, vengono rimodulate. E’ necessario ridisegnare i propri obiettivi e trovare un nuovo fine nella vita che non sarà più improntato alla ricerca del successo e del benessere ma all’amore verso l’altro e alla solidarietà.

La morale così intesa non è più fondata su uno scopo proiettato nel futuro e in vista del quale compiere determinate azioni, e non è più legata all’esistenza di un’entità superiore, ma trova nell’incontro con l’altro un motivo per compiere il bene e amare la vita. Scopriamo cosi nell’altro una realtà trascendente poiché la nostra soggettività da sola non basta.Tuttavia quello che ci rende davvero felici e che ci dà conforto non è l’altro in sé ma la scoperta di un luogo terzo a noi, in cui non è possibile l’incontro.

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Così se la peste offre a Manzoni l’occasione per la riflessione religiosa, poiché ha dato modo di manifestarsi alle virtù più disinteressate come dimostra il prodigarsi eroico dei Cappuccini nell’assistenza ai malati nel Lazzaretto, nella Peste di Camus il problema è affrontato in chiave esclusivamente laica, non religiosa.

La risposta che lo scrittore dà alla presenza del male è la rivolta contro di esso, che si manifesta come attiva solidarietà, come protesta e lotta comune contro l’ingiustizia della condizione umana. Gli uomini devono unirsi per potersi difendere dall’ostilità di tale condizione. E’ un’affermazione di solidarismo laico che può ricordare quella di Leopardi nella Ginestra, in cui il poeta invita gli uomini a unirsi tra di loro per difendersi dalla comune nemica, la natura, anche se si è consapevoli che la lotta è impari. L’ammirazione dello scrittore francese va alla virtù di coloro che si dedicano con dedizione al proprio compito. Gli “eroi” sono persone comuni: esemplare è la figura del dottor Rieux, che si prodiga con tutte le sue forze per combattere l’epidemia, svolgendo il proprio mestiere con amore e precisione.

Così gli “eroi” del nostro tempo, medici e infermieri, affrontano ogni giorno la trincea delle corsie in questa lotta logorante, spesso privi delle protezioni adeguate. Lo sviluppo tecnologico in ambito sanitario, se da un lato ha migliorato le cure mediche, dall’altro ha evidenziato quanto sia importante inserire nella formazione dei nuovi medici un bagaglio culturale umanistico. Il sapere scientifico, infatti, porta alla conoscenza delle patologie che affliggono i malati, il sapere umanistico, invece, porta alla consapevolezza delle sofferenze della malattia.

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Nella pestilenza di Firenze del 1348, narrata nella cornice del Decameron di Boccaccio, il contagio ha l’effetto di sciogliere i legami sociali e familiari, la pandemia del 2020 invece sta favorendo la coesione di tali legami. Così il flash mob dai balconi di Bologna, dove si canta in coro “Bella ciao”, invita alla lotta contro il virus e a “resistere”. La solidarietà sociale si manifesta anche in ambito internazionale. Se l’Unione Europea si è rivelata insolvente negando gli aiuti economici richiesti, alcuni stati come la socialista Cuba e l’Albania che hanno inviato un equipe medica, e la Cina con la donazione di materiale sanitario, hanno dimostrato che la salute e gli umanitarismi prevaricano qualsiasi interesse economico.

Così la quarantena da convivenza forzata si trasforma in un’occasione per ricordarci quello che è il valore della famiglia e del dialogo. Il telelavoro dei genitori e le scuole chiuse hanno favorito i rapporti genitori- figli, quasi dimenticati. La scopa di Don Abbondio questa volta ha spazzato le cattive abitudini, favorendo la ricomposizione dei nuclei famigliari, quel nido di pascoliana memoria che la vita frenetica aveva scomposto.

La diffusione del contagio pandemico, che colpisce uomini di ogni età senza risparmiare nessuna categoria sociale, è purtroppo un evento che in maniera inaspettata e dolorosa si rinnova, talora in maniera inarrestabile. Tale contagio è stato spesso interpretato a seconda delle epoche storiche e dei contesti culturali come un segno dell’ostilità divina, quasi una punizione per un peccato commesso o sintomo di un progresso incontrollato, che ha innescato reazioni talora irrazionali e spiegazioni, a dir poco fantastiche. Così la pandemia di Coronavirus è stata interpretata come una rivolta della natura nei confronti dell’uomo,che ha oltrepassato quei limiti imposti da essa stessa, per non sconvolgere il precario equilibrio dell’ecosistema messo a dura prova da un progresso indiscriminato e talora distruttivo.

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Così ci ammoniva Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia: la vita di quell’essere fragile che è l’uomo può e deve essere migliorata per mezzo dello studio della natura ma senza che siano superati determinati limiti che la natura stessa ha fissato.

Forse questi limiti sono stati da noi superati.

di Mario Braga

 

 
Foto di Engin_Akyurt da Pixabay

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