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Coronavirus, l’odissea dei call center: rischiare la vita senza motivo

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Sono migliaia i ragazzi che ogni giorno vanno a lavorare nei call center, attività che secondo l’ultimo decreto Conte è tra quelle che devono continuare. Ma è giusto rischiare la vita per un lavoro che si può svolgere tranquillamente a casa?

La vita degli operatori di call center non è mai stata facile. Orari di lavoro infiniti, spesso in aree lavoro poco più grandi di loculi, eppure ogni giorno decine di migliaia di giovani e non intraprendono questa attività in edifici più simili ad alveari che ad ambienti di lavoro.

Una situazione non facile, soprattutto in un momento in cui i contatti fisici devono essere evitati il più possibile.

Nonostante infatti il lavoro di operatore di call center sia uno dei più a rischio contagio da coronavirus, rientra nella lista dei lavoro “necessari” e che quindi devono continuare a svolgersi anche dopo il 25 marzo, quando entrerà in vigore il nuovo decreto Conte.

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Negli ultimi giorni è successo quello che tutti si aspettavano ma nessuno sperava. Un giovane uomo, Emanuele Renzi, di 35 anni, in perfetta salute, è morto di coronavirus.

Il giovane ha contratto il virus durante un viaggio a Barcellona tra il 6 e l’8 marzo, per poi andare regolarmente al suo posto di lavoro il 9 marzo. Emanuele Renzi lavorava in Yutility, uno dei più importanti call center della capitale, insieme a oltre 4mila  ragazzi. Che adesso temono per la loro vita, così come tanti altri colleghi sparsi per l’Italia. “Non siamo stati avvisati fino a quando non è morto”.

Nonostante la morte di Emanuele il call center è rimasto chiuso solo per un giorno. L’azienda si è giustifica dicendo di aver effettuato tutte le azioni necessarie al contenimento del contagio. “Gli uffici sono stati sanificati e le zone dove lavorava Renzi resteranno chiuse. In più il ragazzo ha lavorato solo per un giorno prima di mettersi in autoisolamento,” spiegano i rappresentanti di Yutility. Nonostante questo la paura resta.

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“È una situazione assurda“, racconta L., operatrice di un call center bancario a Roma. “In teoria il nostro lavoro potrebbe svolgersi tranquillamente da casa. Basta un telefono, un computer e delle cuffie e con un semplice deviatore di chiamata possiamo gestire tutte le chiamate senza uscire da casa. Eppure ci obbligano a presentarci regolarmente al lavoro.” Tutto questo nonostante sia chiaro che quasi tutti i posti di lavoro non rispettano le cosiddette norme di sicurezza anti Covid-19.

Spesso centri di lavoro dei call center sono delle enormi stanze dove centinaia di persone lavorano una a mezzo metro di distanza dall’altra, senza protezioni o privacy, soprattutto quelli che gestiscono grandi contratti, come Youtility,” spiega M, ex senior di un call center per la telefonia di Napoli. “È impossibile che luoghi del genere rispettino le norme sanitarie richieste per lavorare“.

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Adesso molti ragazzi hanno paura. I sindacati stanno valutando di entrare in sciopero fino a quando ogni call center rispetterà le norme di sicurezza previste dal decreto Chiudi Italia, magari implementando il più possibile lo smart working.

Abbiamo chiesto più volte di poter lavorare da casa“, continua L. “ma l’azienda ci ha sempre risposto che non dispongono delle attrezzature necessarie per consentirci di farlo. Quindi ogni giorno dobbiamo andare a lavorare, portandoci da sole mascherine, guanti e disinfettanti.

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Da più parti ci si chiede dove sia la necessità di mantenere aperti i call center. La giustificazione ufficiale è che alcuni di questi centri gestiscono le chiamate verso attività essenziali, come Inps, poste o istituti bancari, ma resta il fatto che la maggior parte degli operatori sono collegati alle grandi marche di telefonia, che sicuramente in questo momento di emergenza non rientrano nelle priorità.

 

 

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