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Coronavirus, nuovo studio dell’Università di Harvard conferma il legame mortale con l’inquinamento atmosferico

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Secondo l’ultimo studio dell’Università di Harvard il tasso di mortalità da Covid-19 è più letale nelle aree inquinate, confermando il legame tra il virus e la presenza di polveri sottili.

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Quali relazioni ci sono tra l'inquinamento dell'aria e la pandemia del covid-19?Come cambia l’impatto e la diffusione del virus al variare della qualità dell’aria?Ne parliamo con:Gianluigi De Gennaro, professore associato all’università di BariFrancesca Dominici, Professor of Biostatistics, Population and Data Science, Harvard UniversityL'iniziativa può essere seguita anche a questo link https://www.youtube.com/watch?v=G9lIEd0SsPIPER FARE DOMANDE E CONSIDERAZIONI VI INVITIAMO A SEGUIRE LE ISTRUZIONI NEL SEGUENTE DOCUMENTO CONDIVISO https://docs.google.com/document/d/1wuf0_3JBGToN86o1wM1I-4XQ9mCEI5xDldQGoFu87xc/edit?usp=sharing

Pubblicato da Ecologia Politica – Pisa su Venerdì 17 aprile 2020

Le persone con COVID-19 che vivono nelle zone con alti livelli di inquinamento atmosferico hanno maggiori probabilità di morire rispetto alle persone che vivono in aree meno inquinate, secondo un nuovo studio  della Harvard T.H. Chan School of Public Health.

Lo studio è il primo a esaminare il legame tra l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico da particolato fine (PM2.5), generato in gran parte dalla combustione di carburante di automobili, raffinerie e centrali elettriche, e il rischio di morte per COVID-19 negli Stati Uniti.

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Lo studio ha esaminato 3.080 contee in tutto il paese, confrontando i livelli di inquinamento atmosferico del particolato fine con il numero di morti per coronavirus per ciascuna area. Adeguandosi alla dimensione della popolazione, ai letti d’ospedale, al numero di persone testate per COVID-19, alle condizioni meteorologiche e alle variabili socioeconomiche e comportamentali come l’obesità e il fumo, i ricercatori hanno scoperto che un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al PM2.5 porta a un aumento del tasso di mortalità COVID-19.

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Lo studio ha scoperto, ad esempio, che qualcuno che vive da decenni in una contea con alti livelli di inquinamento da particolato fine ha il 15% di probabilità in più di morire per COVID-19 rispetto a chi vive in una regione che ha solo un’unità (un microgrammo per metro cubo) in meno meno di tale inquinamento.

Lo studio suggerisce che le contee con livelli di inquinamento più elevati “saranno quelle che avranno un numero maggiore di ricoveri, un numero più alto di morti e dove molte delle risorse dovrebbero essere concentrate“, ha detto l’autore  dello studio Francesca Dominici.

Facciamo un esempio: consideriamo due contee Usa (una vicino all’altra) che sono molto simili rispetto alla densità della popolazione, rispetto a quanto fumano, bevono o fanno social distancing. La contea che è più inquinata ha un aumento del tasso della mortalità del covid-19 del 15% rispetto alla contea meno inquinata.

Le nuove scoperte si allineano alle connessioni note tra l’esposizione a PM2.5 e il rischio più elevato di morte per molti altri disturbi cardiovascolari e respiratori. I ricercatori hanno scritto: “I risultati dello studio sottolineano l’importanza di continuare a far rispettare le vigenti normative sull’inquinamento atmosferico per proteggere la salute umana durante e dopo la crisi COVID-19”.

“Il Covid-19 – ha spiegato la professoressa Dominici – provoca pneumonia virale, infiammazione delle vie respiratorie altamente letali,  infiammazioni ai polmoni ed effetti cardiovascolari. Oltre ad avere una letalità più alta per le persone sopra i 60 anni. Ci sono poi altri tipi di malattia, come il diabete, che alzano la vulnerabilità del virus”.

“La particolarità del particolato sottile – ha aggiunto Dominici – è che sono talmente minuscole che non riusciamo ad eliminarle tossendo, causano infiammazione ai nostri polmoni e possono addirittura entrare nel nostro sistema cardiovascolare e creare infiammazioni“.

“Cercando di affrontare il problema esclusivamente da un punto di vista statistico – ha aggiunto l’autrice dello studio – mi sono resa conto che c’era una grande corrispondenza tra malattie causate dal respirare per lunghi periodi di tempo il particolato sottile e queste stesse malattie che possono renderci più suscettibili nel momento in cui siamo stati affetti dal virus“.

Lo studio non è il primo del genere però: recentemente simili ricerche sono state portate avanti dall’Università di Bologna e di Bari, che hanno racchiuso tutti i dati nella relazione COVID-19 – Position Paper, effetto inquinamento e diffusione virus

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Come spiega Leonardo Setti, ricercatore al Dipartimento di Chimica Industriale “Toso Montanari” dell’Università di Bologna.  “Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura Padana hanno prodotto un boost, un’accelerazione alla diffusione del COVID-19. L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai”.

Conferma la ricerca Gianluigi de Gennaro, dell’Università di Bari: “Le polveri stanno veicolando il virus. Più ce ne sono, più si creano autostrade per i contagi. Ridurre al minimo le emissioni e sperare in una meteorologia favorevole”.

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