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Coronavirus, nuove prove legano l’infezione al commercio di animali selvatici

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Secondo un nuovo studio i ratti, venduti e consumati nei mercati asiatici, sono in grado di trasportare alcuni ceppi di coronavirus; inoltre la percentuale di animali infetti aumenta nel percorso che li porta dagli allevamenti ai consumatori.

Uno studio ha scoperto che i ratti, principalmente venduti nei mercati e nei ristoranti del Sudest asiatico, possono essere in grado di trasportare molteplici coronavirus. I ceppi individuati sono diversi dal COVID-19 e non si crede siano pericolosi per la salute umana. Tuttavia, gli scienziati hanno a lungo avvertito della possibilità gli animali possano fungere da incubatori per la malattia.

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La proporzione di animali positivi aumenta nel passaggio “dagli allevamenti alla tavola”, suggerendo la possibilità che sempre più animali possano contrarre il virus durante tutta la catena di produzione. Il mettere insieme diversi coronavirus, come il fatto che questi aumentino nel percorso che li porta al ristorante, suggerisce che a correre il massimo rischio siano i consumatori finali. Molti credono che l’attuale pandemia sia iniziata proprio a causa del commercio animale, con il virus nato nei pipistrelli e giunto agli umani tramite una specie ancora ignota. “Sebbene non siano virus pericolosi, possono offrire informazioni su come il virus possa amplificarsi in determinate condizioni” ha spiegato Sarah Olsen di Wildlife Conservation Society. Amanda Fine, un’altra ricercatrice dello studio, ha aggiunto: “Il commercio degli animali, è le condizioni che questi sperimentano durante la pratica, sembra amplificare la presenza dei coronavirus”.

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I ratti sono una fonte di nutrimento in Vietnam, dove vengono catturati nei campi di riso e trasportati in mercati e ristoranti per essere consumati come fonte di carne fresca. Alcuni vengono anche allevati, insieme ad altri animali come i porcospini. Sei coronavirus sono stati identificati negli esemplari campionati in 70 siti tra il 2013 e il 2014: un’alta proporzione di campioni positivi è stata trovata negli allevamenti di ratti destinati al consumo umano. La percentuale dei positivi aumenta durante la catena di distribuzione, passando dal 6% negli allevamenti fino al 56% nei ristoranti. Solitamente quando si trovano nel loro habitat naturale la percentuale di roditori infetti va circa dallo 0 al 2%. Lo studio è stato portato avanti dagli esperti in Vietnam, paese che sta valutando di vietare il commercio e il consumo della fauna selvatica. Secondo gli esperti la pandemia del coronavirus può servire da stimolo per vietare il commercio della fauna selvatica su scala globale. I famosi “wet market” sono ormai considerati delle bombe ad orologeria per le epidemie, perché mettono insieme specie che possono essere portatrici di diversi virus.

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La Cina ha vietato l’allevamento e il consumo di animali vivi dopo lo scoppio della pandemia, sebbene rimangano delle scappatoie all’interno delle politiche. Il paese ha anche rimosso il pangolino, una specie considerata inizialmente come vettore per la trasmissione del virus, dalla lista degli animali che possono essere utilizzati nella medicina tradizionale cinese.

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