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Coronavirus, l’Italia che non può stare a casa: l’odissea delle partite IVA

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L’Italia è ufficialmente in quarantena: scuole chiuse, eventi annullati, persino lo sport si ferma.Ma c’è tutto un mondo fatto di piccole attività commerciali che fino al 3 aprile resteranno nel limbo tra la responsabilità civica e la paura di dover chiudere per sempre.

Il Premier Conte nel suo messaggio alla nazione è stato chiaro: tutto il paese adesso è da considerarsi “zona rossa”, ovvero in quarantena. Chiuse scuole, musei, teatri e palestre. Nessun evento sportivo né concerto fino al tre aprile. In tutto il paese risuona l’hashtag #iorestoacasa.

E chi a casa non può restare?

C’è un mondo di persone che la mattina si alza e va a tirare su la serranda del negozio, che non conosce SmartWorking, che ha un’attività da mandare avanti e che fornisce il sostentamento a lui e alla sua famiglia.

Questo mondo una volta era la spina dorsale dell’Italia, plasmando una classe di medio borghesi che per anni ha sostenuto l’economia del paese.

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I tempi cambiano, il mercato cambia, l’online e le grandi distribuzioni hanno contribuito ad un crollo delle vendite al dettaglio, ma ciò non toglie che ci sono ancora milioni di partite IVA che si trovano ad affrontare l’ennesimo punto di svolta.

Si diceva degli interventi estremi promulgati dal governo per risolvere l’emergenza Coronavirus. Palestre chiuse, eventi teatrali e sportivi annullati, ma nessun decreto che supporti tutte quelle persone che vivono e lavorano grazie alle associazioni sportive e alle manifestazioni culturali.

“Dall’inizio di questa surreale emergenza da COVID-19, il mondo dell’Associazionismo sportivo amatoriale ha subito una drammatica interruzione delle proprie attività, che lo colpisce non solo nell’operato ma nella sua essenza”, spiega Miriam Baldassari,Referente Nazionale Danza Moderna e Contemporanea Csen.

“Il mondo dell’aggregazione sportiva riguarda l’allenamento ma soprattutto riguarda la salute e il benessere psico-fisico dell’intera popolazione, senza distinzioni geografiche, di ceto sociale, di razza o cultura. Tutti necessitano della dimensione sociale e umana dell’allenamento”, continua Miriam.

“Noi insegnanti e tecnici di tutte le discipline sportive ed artistiche viviamo un trauma profondo, la paura di tempi lunghissimi per il ritorno alla normalità. Per questo, è indispensabile che chi ci governa preveda necessariamente sussidi a tutela della nostra categoria, dilazioni nei pagamenti delle obbligazioni precedentemente contratte, stop ai canoni di affitto pubblici e privati, accesso a fondi di garanzia per la ripresa.

“Stiamo mantenendo attivi e propositivi gli allievi e gli atleti dei nostri corsi e li stiamo spronando ad un impegno costante in prima persona. Perchè siamo consapevoli che usciremo dall’emergenza, e che alla fine di questa crisi dovremmo rimboccarci le maniche ancora di più per ricostruire tutto al meglio“, conclude Miriam.

Senza contare tutte quelle persone che posseggono un negozio ma non vendono beni di necessità o offrono servizi fondamentali.

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Prendiamo Manuela, proprietaria da anni di un nail center nella periferia romana. L’attività fa parte di quel gruppo di negozi che può rimanere aperto rispettando le regole igieniche imposte dal governo, ma paradossalmente le persone in teoria non possono andare nel suo negozio perché non è “una necessità”.

Questo fa parte del loop in cui il governo ha inserito tutte le attività commerciali non alimentari che spesso quindi si trovano costrette a tenere aperta l’attività, con tutti i rischi che questo comporta, sapendo che molto probabilmente nessuno varcherà la porta del negozio.

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Tutto questo mentre le spese vive restano, i conti si accumulano, i grossisti vogliono essere pagati e gli affitti arrivano regolarmente.

E intanto nessuna notizia né rassicurazione da parte del governo.

Si parla di 7,5 miliardi di euro che verranno erogati per fronteggiare la crisi, cifra che oltre ad essere ancora solo sulla carta non è minimamente sufficiente a coprire le perdite di un’intera categoria.

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Sia ben chiaro infatti, la critica non viene rivolta alle restrizioni diramate dal governo (che anzi forse richiederebbero più durezza nel farle rispettare), ma verso lo stesso governo che non ha preparato un piano di supporto ad aziende e partite IVA, cosa che per esempio ha introdotto Trump, lo stesso che continua a negare la pericolosità del virus.

La paura, pura e semplice, è che tutte quelle attività, quei lavoratori a partita IVA, tutti quei professionisti che vengono pagati a servizio e che ad oggi non possono restare a casa, dopo il 3 aprile saranno costrette a rimanere a casa per sempre

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