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Coronavirus, la Cina chiude oltre 20.000 allevamenti di animali selvatici

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La Cina ha chiuso oltre 20,000 allevamenti per cercare di contenere il coronavirus. L’impatto economico sulle zone rurali potrebbe essere devastante.

Circa 20,000 allevamenti di pavoni, zibetti, porcospini, struzzi, oche e cinghiali sono stati chiusi in Cina a causa del coronavirus, mettendo a rischio il settore del commercio degli animali selvatici. Fino a pochi mesi l’allevamento veniva promosso dalle agenzie governative come una via facile per arricchire le zone rurali della Cina. Ma dalla diffusione del Covid-19, che secondo le autorità si è diffuso a causa della vendita degli animali selvatici nel mercato di Wuhan, il governo è stato costretto a rivedere la gestione dell’allevamento e del commercio.

Nel mese di gennaio il governo ha instituito un divieto temporaneo sulla commercio degli animali selvatici, nel tentativo di ridurre la diffusione del virus, mentre tra la fine di gennaio e l’ inizio febbraio le agenzie hanno iniziato a chiudere gli allevamenti. Il Comitato Permanente cinese sta cercando di emendare il divieto, restringendo maggiormente l’utilizzo della fauna selvatica nel commercio e nella medicina tradizionale cinese. L’attuale legge non è ben vista dai gruppi attivisti, perché si concentra più sull’utilizzo della fauna che sulla protezione. “Il coronavirus sta spingendo la Cina a rivedere la sua relazione con gli animali” ha spiegato Steve Blake di WildAid a PechinoC’è un alto livello di rischio sia per la salute umana che sull’ impatto sulle popolazioni di questi animali allo stato brado“.

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Ulteriori informazioni verranno fornite dall’Assemblea nazionale del popolo la prossima settimana, in cui presumibilmente verranno forniti nuovi strumenti per rinforzare il divieto e restringere il commercio. Negli ultimi anni la Cina ha portato avanti l’idea che l’addomesticamento della fauna dovesse essere parte dello sviluppo rurale. Secondo un report del 2017 pubblicato dalla Chinese Academy of Engineering, lo sviluppo di questo settore potrebbe avere un impatto economico di 520 miliardi di yuan, circa 60 miliardi di euro. Solo una settimana prima dell’inizio dell’epidemia, la China’s State Forestry and Grassland Administration (SFGA) incoraggiava i cittadini ad allevare animali come gli zibetti, responsabili in passato per la diffusione della SARS. L’ SFGA regola sia l’allevamento che il commercio della fauna terreste, oltre ai prodotti animali destinati all’utilizzo nella medicina cinese tradizionale.

Perché il governo incoraggia l’allevamento degli zibetti nonostante la SARS del 2003? Perché i cacciatori, gli operatori e i praticanti ne hanno bisogno. Come possono farlo? Facendo pressione sul governo affinché supporti le loro attività nel nome dello sviluppo industriale” ha spiegato Jinfeng Zhou, segretario della Biodiversity Conservation and Green Development Foundation (CBCGDF). Tuttavia l’esatta dimensione di questa industria è poco nota e prima dello scoppio dell’epidemia le licenze venivano regolate solamente dagli ufficiali provinciali e forestali, che non diffondevano le informazioni complete sulle operazioni di allevamento sotto la propria custodia

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Secondo un report dell’agenzia di stato Xinhua pubblicato il 17 febbraio, dal 2005 al 2013 le amministrazioni forestali hanno concesso solamente 3,725 licenze a livello nazionale. Tuttavia, dall’inizio dell’epidemia 19,000 fattorie sono state chiuse, di cui 4,600 nella provincia di Jilin, il centro della medicina tradizionale, mentre altri 3,000 allevamenti sono stati chiusi a Hunan, 2,900 a Sichuan, 2,300 a Yunnan, 2,000 in Liaoning, e 1,000 a Shaanxi. Spesso i report non offrono molto dettagli sulla chiusura e sul trattamento degli animali, tuttavia secondo Blake gli animali non verranno abbattuti a causa dei problemi legati ai rimborsi.

 

 

Chen Hong, un’allevatrice di pavoni a Liuyang, si dice preoccupata dei danni subiti dalla chiusura degli allevamenti, tra cui il suo chiuso il 24 gennaio: “Non ci è permesso vendere animali, trasportarli o lasciare che qualcuno si avvicini e inoltre abbiamo controlli sanitari ogni giorno. Solitamente in questo periodo dell’anno gli allevamenti sono pieni di clienti e visitatori. Non abbiamo ancora ricevuto notizie sul da fare, i pavoni sono ancora qui e probabilmente non potremo fare nulla fino alla fine dell’epidemia. Siamo molto preoccupati dal futuro della fattoria. La chiusura ci ha provocato perdite per 500,000 yuan, e con un divieto permanente potremo perdere anche di più”.

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Oltre all’utilizzo nella medicina tradizionale, molta della carne viene venduta online o nei mercati, come accaduto in quello di Wuhan da dove è partita l’epidemia. “Tutti gli animali dovrebbero passare attraverso dei controlli alimentari e sanitari ma non penso che vengano fatti” ha spiegato Deborah Cao, professoressa alla Griffith University in Australia ed esperta della protezione animali in Cina “la maggior parte viene venduta senza controlli”. Ci sono state richieste per una profonda revisione legislativa che rimuova i poteri alle amministrazioni forestali e a cambi la gestione del governo per promuovere l’utilizzo della fauna selvatica e la sua protezione. “La sfida più grande è cambiare il rapporto dei giocatori coinvolti. Questo rimanda all’identità iniziale del SFGA, creata per controllare la produzione della legna. La protezione animali è giunta in seguito”.

Le proposte includono un divieto totale sul commercio delle specie protette o a rischio sia in Cina che nel resto del mondo, più divieti sull’allevamento e la vendita di carne di animali portatori di malattie come zibetti, pipistrelli e roditori. Si teme, che nel tentativo di prevenire le epidemie, le autorità possano spingersi oltre nella selezione degli animali selvatici che possono trasportare malattie. “Alcuni professori di legge suggeriscono di ‘uccidere ecologicamente’ gli animali portatori di malattie. Crediamo che i legislatori debbano imparare di più sulla biodiversità prima di proporre soluzioni, o rischia il disastro”.

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