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COREA DEL NORD, KIM LANCIA NUOVO MISSILE CHE SORVOLA IL GIAPPONE.

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Nella notte 20esimo missile lanciato dalla Corea del Nord. Partito dalla base di Sunan alle ore 7 questa mattina (mezzanotte in Italia), ha sorvolato l’isola di Hokkaido in Giappone, viaggiando per 3.700 chilometri per poi finire in mare. Il missile è stato rilevato da Corea del Sud e Giappone, che hanno immediatamente dato l’allarme e invitato la popolazione dell’isola a rifugiarsi in aree sicure. L’altitudine massima raggiunta dal lancio è di 770 chilometri, contro i 550 dell’ultimo test nordcoreano su Hokkaido del 29 agosto scorso, il che fa pensare alla probabilità di un missile più potente.

Immediata la reazione del primo ministro del Giappone, che ha minacciato il regime nordcoreano. Risposta anche dal Segretario di stato americano Rex Tillerson, che ha accusato Cina e Russia, principali partner economici del Paese, di non rendere “esplicita la loro intolleranza per questi lanci missilistici sconsiderati, prendendo direttamente l’iniziativa”.

Le ultime sanzioni imposte dal consiglio di sicurezza ONU al regime nordcoreano risalgono solo a pochi giorni fa ed è prevista una nuova riunione del Consiglio per oggi richiesta da Giappone e USA.

 

L’UMILIAZIONE DI DONALD

di Vittorio Zucconi per La Repubblica

Oltre tutti i calcoli diplomatici, oltre le valutazioni strategiche, gli esperimenti nucleari, i lanci dimostrativi di missili, che ora anche la Corea del Sud spara per non mostrarsi intimidita, c’è un’incognita che nessuno può valutare all’orizzonte di una possibile guerra guerreggiata: è il “Fattore T”. Sono i sentimenti, le emozioni che il presidente Donald Trump deve provare di fronte al comportamento di Kim Jong-un che ormai apertamente si fa beffe di lui e lo ridicolizza.

Per quanto tempo uno uomo come “The Donald” che misura il mondo e le persone attorno a lui con il metro della propria vanità e della sconfinata autostima può continuare ad accettare che un dittatorello del Terzo Mondo puntellato e armato da complici vicini e lontani lo sfotta pubblicamente, ignorando minacce, sfuriate e crisi di tweet?

Trump, lo sappiamo, tende a prendere tutto quello che avviene, tutti coloro che non si inchinano a lui, come affronto personale. Quando il Segretario alla Giustizia Sessions si è, correttamente, chiamato fuori dalle indagini sui possibili rapporti politici e finanziari con la Russia avendo lui stesso la coda di paglia, il Presidente lo ha coperto di insulti, lo ha investito di contumelie. In privato gli ha dato dell’“idiota” e in pubblico lo ha coperto di tweet imperniati attorno all’aggettivo “weak”, debole, L’insulto più sanguinoso che The Donald possa lanciare.

Ed è quello che Kim sta facendo a lui, lo sta dipingendo come “weak”, come un debole che abbaia senza mordere. I suoi esperimenti e lo spreco di missili balistici lanciati nell’Oceano Pacifico sono provocazioni che adopera nella sua viltà, coperta dalla Cina che gioca alla triangolazione per umiliare gli Usa fingendo di tenere sotto controllo la Corea del Nord, per dimostrare, mezzo secolo dopo il Vietnam, che l’America resta quella “tigre di carta” narrata da Mao Zedong.

Kim Jong-un punta tutto sulla impotenza americana, sulla impossibilità di lanciare un’azione militare preventiva convinto di poter continuare a ridere di Trump senza pagare pegno, altro che qualche escalation verbale e qualche raffica di innocui tweet.

Ma ad ogni missile che parte, a ogni bomba che esplode nel sottosuolo coreano, un altro pezzo dell’intonaco si stacca dal muro della narrazione trumpista, dal mito della sua implacabile durezza. Fino a quanto potrà accettarlo, il Presidente americano, prima che Kim riesca a dimostrare definitivamente che nulla potrà essere fatto per fermarlo? Per lui, per Kim, questo è “business”, come si dice nel gergo della Cosa Nostra americana. Per Trump sta diventando “personale”. Non è più l’America a essere irrisa dalla Nord Corea. È lui.

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