Se la pressione di attivisti e giovani finora si è rivelata fondamentale per l’agenda sul cambiamento climatico, alla prossima Cop27 è altamente improbabile ripetere quanto accaduto a Glasgow, dove centinaia di migliaia di persone si sono radunate per il clima.

La pressione di attivisti e giovani, finora, è stata fondamentale per indirizzare l’agenda sul cambiamento climatico. E senza le tante manifestazioni in giro per il mondo, probabilmente non si sarebbe mai arrivati all’Accordo di Parigi e a nuovi impegni definiti durante la recente Cop26. Il prossimo appuntamento della Conferenza delle Parti dell’Onu sul clima, però, è tra un anno in Egitto, dove sarà impossibile ripetere le scene di attivismo e mobilitazione viste a Glasgow.

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Il regime di Al-Sisi, d’altronde, è noto per la repressione contro ogni forma di dissenso. Noi italiani lo sappiamo bene, alla luce dei due gravissimi casi dell’uccisione di Giulio Regeni e della detenzione di Patrick Zaki. I rischi vengono illustrati anche dal Guardian, che da un lato ricorda quanto fosse necessario che una Cop si tenesse in Africa e dall’altro lancia un monito sul regime egiziano. Secondo l’Arabic Network for Human Rights, in Egitto ci sarebbero circa 65mila prigionieri politici, arrestati con l’accusa di terrorismo, in almeno un’ottantina di carceri di tutto il Paese: ci sono oppositori politici ma anche semplici cittadini ‘colpevoli’ di aver espresso le loro opinioni sui social o di aver organizzato manifestazioni.

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Come se non bastasse, c’è una diffidenza generale nei confronti dell’Egitto anche per quanto riguarda l’impegno nelle politiche climatiche. Non va dimenticato che c’è un forte legame, politico e commerciale, tra l’Egitto e grandi potenze che hanno fatto davvero poco per risolvere la crisi climatica, come la Russia e la Cina. Il rischio è che tra un anno, a Sharm el-Sheik, si possa ripetere quanto accaduto due anni fa durante una sessione della Commissione Africana per i diritti umani, quando ci furono violente repressioni contro gli attivisti.

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