I negoziati a Glasgow continuano ad oltranza per trovare un accordo che scongiuri un aumento di oltre 1,5 °C delle temperature globali. Si lavora giorno e notte in vista della fine dei lavori nel weekend. Intanto due nuovi report avvertono: conseguenze catastrofiche se non si agisce in fretta.

Il tempo stringe a Glasgow: i negoziatori dei Paesi che stanno partecipando alla Cop26 – la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite – hanno ancora pochi giorni per chiudere un accordo che impegni gli Stati a lavorare affinché sia evitato un aumento della temperatura globale superiore a 1,5 gradi Celsius rispetto alle temperature dell’era preindustriale.

Dopo la bozza di accordo, molto scarna e stringata, pubblicata nella giornata di ieri, una nuova bozza – questa volta più strutturata – è stata resa pubblica questa mattina poco dopo le 5. Sintomo che i negoziatori stanno lavorando ad oltranza, anche di notte, per giungere a una soluzione condivisa.

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La nuova bozza annunciata già ieri sera dal presidente della Cop26 Alok Sharma, sebbene ancora modificabile, racchiude l’essenza di quello che potrebbe essere l’accordo finale.  In sintesi il documento spinge i Paesi ad attuare e velocizzare i piani nazionali di lotta alla crisi climatica entro la fine del 2022 in modo tale da poter allineare gli obiettivi Cop26 con orizzonte temporale 2030 a quelli che sono i precetti contenuti nell’Accordo di Parigi. Ulteriore obiettivo, velocizzare il più possibile l’abbandono del carbone e degli altri combustibili fossili.

La speranza è quella di tagliare del 45% entro il 2030 le emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 2010 per poi giungere ad un addio definitivo entro il 2050. Ma Russia, Cina e Arabia Saudita non hanno intenzione di farlo prima del 2060 e l’India ha già detto che non lo farà prima del 2070.

La bozza di accordo: “Servono 100 miliardi di dollari all’anno per i Paesi in via di sviluppo”

Un intero capitolo della bozza di accordo tra le parti della Cop26 è dedicata alle questioni finanziarie. “L’attuale fornitura di finanziamenti per il clima – si legge nella bozza – è insufficiente per rispondere al peggioramento degli effetti del cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo”. Dunque nel documento si esortano i Paesi ricchi ad aumentare il finanziamento ai Paesi più poveri.

Nella bozza i delegati vedono con favore i 413 milioni di dollari che si sono aggiunti al Least Developed Countries Fund (Fondo per i Paesi meno sviluppati) attivo dal 2001 per supportare gli obiettivi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tra cui preparazione e attuazione di programmi d’azione nazionali di adattamento ai cambiamenti climatici.

Ma non basta. E dunque nel documento provvisorio si legge che c’è “la necessità di mobilitare finanziamenti da tutte le fonti possibili così da raggiungere l’obiettivo della Convenzione, compreso un sostegno significativamente maggiore ai Paesi in via di sviluppo” con uno stanziamento di 100 miliardi di dollari l’anno;

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Oltre all’orologio e alla deadline del prossimo fine settimana, a mettere ulteriore pressione ai delegati riuniti a Glasgow sono stati due nuovi report indipendenti pubblicati nelle scorse ore. Il primo, firmato Climate Action Tracker, avverte che il pianeta al momento sta procedendo verso un aumento della temperatura di 2,4 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Ben al di sopra degli 1,5 gradi indicati come aumento massimo sostenibile.

Un secondo report, invece, è stato presentato dall’Agenzia meteorologica pubblica britannica. Il suo contenuto è da brividi: un miliardo di persone nel mondo potrebbero essere colpite in modo “potenzialmente fatale” dagli effetti del caldo se l’aumento della temperatura sulla Terra dovesse raggiungere i 2 gradi Celsius in più rispetto al periodo preindustriale. Mettendo insieme i dati dei due report, è chiaro che una soluzione alla crisi climatica è di importanza vitale per miliardi di persone.

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Ieri a Glasgow si è parlato anche di questioni di genere. A farlo è stata la speaker della Camera dei rappresentanti Usa Nancy Pelosi in visita alla Cop26.

“La crisi climatica – ha detto Pelosi – è un moltiplicatore di tensione, un moltiplicatore di minacce, che amplifica e accelera le ineguaglianze già esistenti nelle nostre economie e nella società. L’80% dei profughi climatici a livello globale sono donne”.

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