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Cop25, Guterres: “Porre fine alla guerra contro la natura ma manca volontà politica”

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Le delegazioni di 196 Paesi firmatari dell’accordo di Parigi del 2015 si riuniscono oggi e per 12 giorni alla COP 25 di Madrid, la conferenza sul clima dell’Onu. “Ci sono tecnologie e fondi per porre fine alla guerra contro la natura ma manca la volontà politica”, Antonio Guterres, segretario generale Onu.

“Il mondo deve porre fine alla sua guerra contro la natura e trovare la volontà politica per combattere il cambiamento climatico”, ha detto Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite alla vigilia dell’inizio del summit Cop25 che si terrà a Madrid dal 2 al 13 dicembre. “La nostra guerra contro la natura deve finire, sappiamo che è possibile. Dobbiamo semplicemente smettere di scavare e perforare e utilizzare le vaste possibilità offerte dalle energie rinnovabili. Il punto di non ritorno è più vicino di quanto si pensi”.

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La riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra, che sono state richieste dagli accordi di Parigi quattro anni fa non sono abbastanza per ridurre l’aumento delle temperature tra 1.5° e 2° gradi, oltre il livello delle temperature preindustriali. Settanta paesi hanno preso l’impegno di raggiungere le “zero emissioni” entro il 2050. Questo vuol dire che dovrebbero utilizzare la tecnologia o piantare alberi per far in modo che le emissioni prodotte vengano assorbite completamente. Per Guterres queste promesse non sono abbastanza, molti paesi non stanno neanche provando a raggiungere gli obiettivi. “Vediamo chiaramente che i più grandi inquinatori del mondo non stanno contribuendo e senza di loro l’obiettivo è irraggiungibile”.

Il presidente Donald Trump ha dato il via al processo di ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi, la deforestazione in Amazzonia sta continuando a crescere e la Cina ha fatto un passo indietro costruendo maggiori impianti a carbone.

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Un punto critico rimane l’articolo 6, che dovrebbe stabilire un prezzo per le emissioni e di conseguenza il commercio di queste: “Non voglio neanche prendere in considerazione la, possibilità di non trovare un accordo sull’articolo 6. Siamo qui per approvare le linee guida per implementarlo, non per trovare scuse per non farlo”.

Guterres si è rivolto anche alle mobilitazioni di giovani in tutto il mondo, mettendole a confronto con l’assenza di azioni da parte dei governi che stanno fallendo nell’affrontare con urgenza il problema, nonostante i segnali indichino che il pianeta stia raggiungendo un punto di non ritorno.

“Le tecnologie per rendere questo possibile sono già disponibili. I segnali di speranza si stanno moltiplicando. L’opinione pubblica si sta svegliando ovunque. I giovani stanno mostrando segnali di mobilitazione e leadership. Ma abbiamo bisogno che la politica stabilisca un prezzo per le emissioni, smetta di alimentarsi con i combustibili fossili ed inizi a tassare le emissioni invece che le persone”, afferma Guterres nel suo discorso.

Guterres ha fatto appello per investimenti delle nazioni ricche e supporto a quelle povere per dare il via ai cambiamenti necessari per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Tra l’aumento delle temperature, incendi, siccità, inondazioni e ondate di calore, i segnali sono evidenti e c’è bisogno di azioni immediate.


I prossimi dodici mesi saranno fondamentali. Dobbiamo assicurarci obiettivi nazionali più ambiziosi, in particolare per gli emittenti più grandi, e iniziare immediatamente a ridurre le emissioni dei gas a effetto serra per raggiungere le zero emissioni entro il 2050”.

Il meeting di Madrid darà inizio a 12 mesi di negoziazioni che culmineranno nel COP26 del prossimo anno a Glasgow. 50 Capi di Stato prenderanno parte all’evento ma il presidente Donald Trump non sarà tra questi. L’amministrazione Obama è stata fondamentale per stipulare gli accordi di Parigi ma per Trump l’accordo causerà la perdita del lavoro e dei tagli salariali per i cittadini americani.

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Lo scorso mese gli Stati Uniti hanno dato il via alla procedura di ritiro dall’accordo, che entrerà in vigore il giorno dopo le elezioni presidenziali del 2020 e prima dell’inizio del COP26. Presente però lo speaker della Camera Nancy Pelosi insieme ad una delegazione del Congresso per rappresentare gli interessi degli Stati Uniti e delle imprese americane.

Nonostante la sua presenza sia ben vista, gli ambientalisti americani vorrebbero vedere azioni più concrete nella lotta contro i cambiamenti climatici.  “È fantastico vedere Nancy Pelosi venire a Madrid al posto di Trump, un gesto simbolico che però non sostituisce la necessità di azioni coraggiose – ha detto Jean Su, del US Center for Biological diversity  – Gli Stati Uniti sono il più grande contribuente all’inquinamento globale e anche i politici democratici non hanno mai preso seriamente l’impegno”.

Per raggiungere le temperature imposte dagli accordi di Parigi, sono necessari dei tagli più duri per le emissioni. La COP25 si concentrerà principalmente sui problemi tecnici, come i meccanismi per il commercio delle emissioni. Risolvere questi tecnicismi permetterà alle Nazioni Unite di completare il pacchetto delle regole iniziato a Parigi, impostando le modalità e gli obiettivi per tagliare le emissioni. Gli esperti però sono preoccupati che questo lasci poco tempo per la domanda di obiettivi reali che deve essere risolta entro la fine del 2020.

Lord Stern di Brentford, uno degli economisti più importanti del mondo in materia ambientale, ha spiegato che “è molto più importante che questa COP non serva solo a riordinare le cose ma dia inizio al percorso verso il prossimo summit. È importante che i ministri delle finanze e i governatori delle banche partecipino quest’anno e che i paesi dell’Europa e della Cina mostrino la loro leadership. Tenendo a mente gli accordi Parigi del 2015, i paesi dovrebbero impostare degli obiettivi ancora più ambiziosi per il 2020, quando gli attuali finiranno. I governi hanno avuto cinque anni per dare una spinta ai propri obiettivi nazionali”.

Alcuni paesi, come il Regno Unito, hanno rimandato i loro obiettivi a lungo termine per raggiungere le zero emissioni di carbonio al 2050. Questo lascia sospese le questioni degli obiettivi entro il 2030 che sono necessari per tenere i paesi nel percorso verso il taglio delle emissioni.

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Le discussioni sui problemi fondamentali degli impegni del 2030 saranno rilegati a riunioni informali di secondo piano della Cop25 nonostante siano questi che determineranno il successo degli accordi di Parigi e il futuro del pianeta.

Patricia Espinosa, segretario esecutivo della Cop ha commentato “il piccolo spiraglio del mondo per combattere il riscaldamento globale si sta chiudendo rapidamente. Dobbiamo impiegare in fretta tutti gli strumenti necessari per far sì che la Cop25 diventi la rampa di lancio per ambizioni maggiori e per mettere il mondo sul giusto percorso che porti alle zero emissioni”.

In tutto il mondo, i disastri metereologici degli ultimi mesi, tra gli incendi in Amazzonia e Australia e le inondazioni sono legati al riscaldamento globale a causa dell’uomo. Intanto, secondo Save the Children il cambiamento climatico ha portato milioni di persone nel mondo a confrontarsi con la scarsità di cibo in Africa.

Secondo l’organizzazione 33 milioni di persone stanno morendo di fame a causa dei cicloni e della siccità. La metà si crede siano bambini. La situazione è peggiorata dal momento che la stessa area è stata colpita per ben due volti da due dei tifoni più forti mai registrati. Il ciclone Idai ha colpito Mozambico, Zimbabwe e Malawi mentre due settimane dopo il ciclone Kenneth ha colpito nuovamente il Mozambico.

“La crisi climatica sta avvenendo qui e sta uccidendo le persone, costringendole a lasciare le loro casa e rovinando le possibilità per i bambini di avere un futuro” ha raccontato Ian Vale. Queste emergenze stanno portando al collasso i sistemi umanitari.

A Save the Children si sono uniti i leader e i rappresentanti di alcuni dei paesi più poveri del mondo che stanno soffrendo maggiormente i cambiamenti climatici. I paesi più a rischio inondazione a hanno fatto appello ai paesi industrializzati per un cambiamento delle loro politiche.

“Vediamo questo incontro come l’ultima opportunità per prendere azioni decisive” ha commentato Janine Felson, delegato di AOSIS, l’Alleanza dei piccoli Stati insulari.

Gli atolli del pacifico ed altre isole che si trovano a livello del mare sono a rischio inondazione qualora le temperature rimanessero costanti oltre i 1.5°gradi. Gli attuali standard di Parigi rischiano di portare l’aumento fino a 3° gradi.

“Siamo alle soglie di un’emergenza planetaria di proporzioni esistenziali – hanno detto i leader dei 44 stati che rappresenta AOSIS in una dichiarazione  – gli impatti sono reali e attuali per le persone che vivono sulle piccole isole. Questo non deve essere il nostro destino. Mentre le piccole isole sono a rischio, anche i paesi ricchi stanno soffrendo. Nessuno di noi è immune. Per tutto il mese abbiamo visto il terrore mentre l’Australia andava letteralmente a fuoco, alimentata da una crisi che noi stessi abbiamo creato”.

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