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COP25, ultimo giorno del summit. Ancora contrasti sull’articolo 6

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Ultimo giorno della COP25 di Madrid. I delegati stanno ancora tentando di risolvere i tecnicismi legati all’articolo 6 degli accordi di Parigi. Intanto i paesi si accusano a vicenda per non aver rispettato gli impegni presi.

Si sta per concludere la Cop25 ma continuano ad emergere divisioni tra i paesi industrializzati e i piccoli stati insulari che sono tra coloro che stanno subendo maggiormente gli effetti legati ai cambiamenti climatici. I negoziatori stanno cercando di raggiungere un accordo nella capitale spagnola per far si che i paesi prendano nuovi impegni per contrastare i cambiamenti climatici entro la fine del 2020 ma sono sorti contrasti sul livello di emissioni da ridurre.

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Il summit di Madrid si è aperto due settimane fa con le parole di Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite: “Siamo vicini ad un punto di non ritorno”. Nonostante l’appello del segretario, la conferenza si è arenata su alcuni dettagli tecnici riguardo una serie di meccanismi legati all’articolo 6 degli accordi di Parigi, tra cui il commercio del carbonio e i finanziamenti per contrastare i danni causati dall’aumento delle temperature. Per rispondere alle richieste degli scienziati e degli studenti, i delegati COP sono obbligati a prendere una decisione finale che metta sul tavolo le proposte dei paesi per tagliare le emissioni di carbonio.

Secondo le Nazioni Unite, 84 paesi hanno promesso di migliorare il loro piani nazionali entro la fine del prossimo anno. 73 hanno detto di aver programmare un piano per raggiungere la neutralità delle emissioni entro il 2050. Con una mossa sorprendente, i negoziatori dei paesi dell’Alleanza dei piccoli Stati Insulari (AOSIS) hanno puntato il dito contro i paesi più grandi come Australia, Stati Uniti, Canada, Russia, India, Cina e Brasile. Secondo AOSIS questi paesi hanno fallito nel rivedere i piani che avrebbero aiutato il mondo a mantenere l’aumento delle temperature al di sotto di 1.5° gradi rispetto alle temperature preindustriali I delegati dell’AOSIS si sono lamentati della pressione posta sugli stati insulari.

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“Siamo inorriditi dallo stato delle negoziazioni, a questo summit siamo stati messi in un angolo, abbiamo paura di aver concesso troppo su temi che avrebbero minato l’integrità degli accordi di Parigi”, ha detto Carlos Fuller, capo negoziatore di AOSIS.  “Quello che è stato presentato è un livello di compromesso così profondo che sottolinea la mancanza di ambizioni, la serietà riguardo l’emergenza climatica e l’urgente bisogno di assicurare un futuro alle nostre isole”, conclude Fuller.

Aumentando il senso di divisione già in corso durante i negoziati, l’India, supportata da Cina, Arabia Saudita e Brasile ha preso una linea dura contro le promesse fatte dai paesi più ricchi nei precedenti accordi fatti prima che gli accordi di Parigi fossero presi nel 2015.

Questi paesi stanno insistendo sul fatto che le promesse di riduzione del carbonio fatte negli anni fino al 2020 vengano esaminate. Firmati nel 2015, gli accordi di Parigi hanno visto ogni paese, tra cui l’India, promettere di prendere azioni per contrastare l’aumento delle temperature. Questi accordi sono stati visti come una concessione chiave ai paesi maggiormente industrializzati, che hanno sostenuto che il cambiamento sarebbe stato possibile solo grazie agli sforzi di tutti i paesi, nonostante gli accordi fatti in passato prevedessero che solamente i maggiori inquinatori avrebbero dovuto limitare le proprie emissioni di CO2.

Ora l’India vuole vedere se i paesi industrializzati hanno mantenuto le loro promesse di limitare le emissioni nel periodo tra il 2015 e il 2020. “Gli accordi di Parigi riguardano i paesi industrializzati, riguardano i picchi di emissioni di gas a effetto serra raggiunti in questi anni, quindi vogliamo vedere una prova di questi cambiamenti. Dovete onorare gli accordi che avete preso” ha detto Ravi Shankar Prasad, capo delegazione dell’India.

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L’Occidente considera la posizione dell’India come una tentativo di riportare le cose a prima degli accordi di Parigi, dove i paesi più ricchi erano costretti a ridurre maggiormente le emissioni rispetto ad India, Cina ed altri paesi considerati in via di sviluppo. Alcuni credono che ci siano troppi delegati che stiano agendo per il proprio interesse invece che guardare ad uno schema più grande.

“Sinceramente, sono stanco di sentire le scuse dei maggiori emittenti per non avere preso azioni. La verità è che, in un blocco di quasi duecento paesi, gli sforzi collettivi sono la chiave. Dobbiamo tutti prenderci le nostre responsabilità e fare la nostra parte per raggiungere le zero emissioni. Quello che voglio dire, è che siamo tutti sulla stessa barca. Ma al momento questa barca prendere acqua da quasi duecento buchi e solo pochi di noi stanno cercando di coprirli” ha detto Frank Bainimarama, primo ministro delle isole Fiji.

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