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COP25, è finita con l’ennesimo fallimento: tante chiacchiere, zero risultati

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Si è continuato a trattare, si è continuato a parlare, anche a notte fonda, ma alla fine nessuna risposta concreta E la Conferenza sul clima di Madrid si è chiusa con l’ennesimo nulla di fatto.

Chi segue da tempo le Conferenze sul Clima dell’Onu, le cosiddette COP, aveva intuito che quella di Madrid sarebbe stata una di quelle di transizione. Le grandi potenze europee e mondiali aspettano il 2020, a 5 anni dal Trattato di Parigi, per tirare le somme su quanto compiuto fino ad allora e per (magari) proporre qualcosa di concreto.

Si sperava almeno in un segnale importante, una conferma che qualcosa si sta comunque facendo a livello globale per contrastare l’emergenza climatica, che, vi assicuriamo, non si sta fermando.

Invece le notizie che giungono da Madrid non sono per niente rincuoranti.

Il negoziato doveva finire venerdì notte, al più tardi sabato mattina. Invece nella notte di ieri sono continuati i lavori. Mentre si smontano i padiglioni espositivi, delegati visibilmente stanchi e assonati continuano ad aggirarsi tra le stanze del negoziato. Nei corridoi aleggia una parola: fallimento.

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Poteva essere la dell’ambizione, delle soluzioni concrete, l’ultimo check prima del grande appuntamento del prossimo anno a Glasgow. Invece si è rivelata essere la Cop della vergogna. Il senso di déjà-vu con la conferenza fallimentare di Copenaghen è diffuso. Ieri è stata rimandata per ben cinque volte la plenaria finale: niente compromesso sul testo finale.

Al centro dello stallo le difficoltà a completare il testo approvato dall’Accordo di Parigi per i prossimi dieci cruciali anni e la creazione di un quadro temporale condiviso per gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2.

Nulla di fatto per l’articolo 6 sulla finanza climatica, ovvero i meccanismi per usare i crediti di carbonio nei Paesi industrializzati per alleviare i costi della decarbonizzazione. Non reggono nemmeno i soliti commenti politici: «Tutti i riferimenti all’ambizione, fondamentale per il successo della Cop26 di Glasgow sono scomparsi dai testi negoziali», commenta Carlos Fuller, a capo della delegazione dei piccoli Stati insulari. Si dibatte persino se adottare i report speciali Ipcc su oceani e suolo.

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Dietro lo stop pesa un’alleanza trasversale di governi negazionisti e sovranisti. Soprattutto Usa, Brasile, Australia. «Gli Usa che sono usciti dal negoziato, continuano ad avere una presenza forte e poco propositiva» spiega un delegato europeo, che preferisce l’anonimato.

Ma le dita si puntano in ogni direzione. Chi mette sotto accusa la Presidenza cilena per aver gestito male i tempi del negoziato, presa dai problemi interni. Chi l’Europa, nonostante a dote del Eu Green Deal
non riesce a generare sufficiente capitale politico. Chi i poteri fossili, dalla Russia all’Arabia Saudita. Per Frans Timmermans bisognava chiudere ad ogni costo: «dobbiamo arrivare alla Cop26 con un messaggio forte per il mondo al di fuori del negoziato». Ma per Laurence Tubiana, architetta dell’Accordo, «meglio rimandare alcuni elementi al prossimo negoziato che avere un pessimo accordo che ci dovremo portare dietro per i prossimi 10 anni»

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«Troppi elementi inconclusi, siamo fuori tempo massimo, non si riesce ad avanzare», commenta a tarda serata Leonardo Massai, che negozia in nome della Papua Nuova Guinea. «Anche i delegati rimasti sono pochi e stremati. Potrebbe succedere come nel 2000. Una Cop25-bis a giugno per chiudere tutto

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«Si è deciso per un rinvio nei fatti – ha commentato il vice presidente di Kyoto club, Francesco Ferrante -. Questa Cop finirà in ogni caso con un fallimento. Il dato politico che emerge è che l’Europa, per quanto portatrice del documento più avanzato, il Green New Deal, da sola non basta. Quando ci fu l’unico vero balzo in avanti, a Parigi, fu merito delle amministrazioni di allora di Stati Uniti e Cina. L’Ue deve continuare a mantenere accesa la speranza, ma la verità è che senza i big non si va da nessuna parte».

Dello stesso avviso Catherine Abreu, della rete di Ong Climate Action Network, secondo la quale «non viene data una direzione chiara alle parti sugli obiettivi che occorre centrare il prossimo anno. Lo spirito con il quale si approvò l’Accordo di Parigi oggi sembra un ricordo lontano».

Una buona notizia, forse l’unica della Cop 25, è arrivata infine dell’inaspettata approvazione del Piano per l’azione di genere (Gender action plan, Gap). Programma volontario dedicato alla promozione dei diritti delle donne e della loro rappresentazione e partecipazione nelle politiche climatiche. «Dopo due anni di intenso lavoro negoziale – spiega Chiara Soletti, membro dell’Italian Climate Network – si è giunti finalmente alla fine. Durante la Cop 25 abbiamo però vissuto momenti di grande preoccupazione per la rimozione improvvisa dei riferimenti ai diritti umani nel testo, nonostante fossero presenti nella bozza approvata alla Cop 24 di Katowice. Si è temuto che si potesse arrivare ad un accordo con poche implicazioni pratiche, se non addirittura allo stralcio dell’intero programma».

Appuntamento quindi alla COP26, tra Milano e Glasgow, con la certezza che quella del 2020 potrebbe essere l’ultima chiamata per evitare il punto di non ritorno

 

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