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Cop25, queste conferenze servono davvero a qualcosa?

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Mentre a Madrid è in corso la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, molti si domandano se servano veramente a qualcosa. Ecco un excursus su tutto quello che si è deciso e quello che è stato invece veramente realizzato.

Ne siamo tutti consapevoli, l’emergenza climatica è un problema reale.

A parte qualche branca negazionista,  che per ignoranza o per convenienza si ostina a negare il problema, la realtà è che mai come adesso la specie umana rischia l’estinzione, tanto che il Segretario dell’ ONU António Guterres ha detto senza giri di parole che “siamo vicini al punto di non ritorno”.

Questo a margine della COP25, la  Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite, dove i capi di stato si riuniranno per una due settimane di incontri dove si fisseranno gli obiettivi e le misure necessarie a contrastare l’emergenza climatica.

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Ma in termini pratici, come funzionano queste conferenze – e quanto di quello che viene deciso puoi ha un riscontro in quello che viene fatto?

Molte nazioni hanno dei programmi individuali sul come combattere il riscaldamento globale. Per esempio il governo inglese si è impegnato a ridurre le emissioni di CO2 fino ad arrivare al net-zero entro il2050.

Ma ci sono anche obiettivi comuni a tutte le nazioni che partecipano ai summit sul clima della Nazioni Unite.

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Il Protocollo di Montreal del 1987 fu un accordo internazionale per tentare di “ricucire” lo strato di ozono, che protegge la terra dai raggi ultravioletti ma che ai tempi presentava una serie di strappi causati dall’uso insensato di agenti chimici.

Lo scorso danno, dopo 30 anni di sforzi, lo strato di ozono si sta finalmente rigenerando e, secondo un’indagine dell’ ONU,  se il recupero rimane costante entro il 2060 dovremmo assistere a una completa guarigione.

I meeting COP, che si concentrano sulle emissioni di CO2, sono iniziati nel 1995. Ma i primi passi significativi si sono avuti solo nel 1997, con il Protocollo di Kyoto.

Il Protocollo di Kyoto, ratificato nel 1997,  fu firmato da 37 nazioni che si impegnavano attivamente a ridurre le emissioni di CO2.

Gli obiettivi erano però diversi da nazione a nazione, a seconda del livello di sviluppo economico raggiunto. Questo però spinse gli Stati Uniti a uscire dal Protocollo nel 2001, in quanto non accettavano il fatto che le nazioni più ricche economicamente avessero degli obblighi legati alla riduzione di emissioni, a differenza di quelle meno sviluppate.

Altre nazioni, come il Canada, uscirono una dietro l’altra dal Protocollo, mentre altre quasi tutte le altre nazioni non riuscirono a raggiungere gli obiettivi di taglio di emissioni prefissati.

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Il Protocollo di Kyoto venne in seguito aggiornato a Doha, nel Qatar nel 2012, ma l’accordo comprendeva solo le nazioni europee e l’Australia, che insieme coprono solo il 15% di tutte le emissioni globali di CO2.

Ciononostante gli accordi di Doha aprirono la strada a quelli più famosi di Parigi, del 2015 – durante la COP21 – quella che è considerata una pietra miliare nella lotta al riscaldamento globale.

Gli Accordi di Parigi si spinsero oltre qualsiasi altro accordo sul clima mai ratificato.

Venne firmato da 195 nazioni nel 2015, entrando in vigore a nel novembre 2016.

Le nazioni si impegnarono, tra le altre cose, a mantenere la temperatura globale “ben sotto” i 2 gradi sopra la temperatura dell’era pre-industriale, a limitare le emissioni di CO2 allo stesso livello di quelle assorbite dall’ecosistema arrivando a emissioni nette zero entro il 2100 ed ad aiutare finanziariamente le nazioni più povere, consentendo loro di adattarsi ai cambiamenti climatici e spingendole verso la transizione energica dai carburanti fossili alle rinnovabili.

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Ma adesso, a distanza di quattro anni, è servito a qualcosa?

Anche se gli Accordi di Parigi sono stati considerati in tutto il mondo un “punto di svolta nella lotta al clima”, le stesse Nazioni Unite hanno ammesso che non si è ancora arrivati ai fatti concreti.

Un’indagine del 2017, commissionata dall’ ONU, ha sottolineato come gli Accordi di Parigi già in partenza coprissero solo un terzo delle riduzioni necessarie a contrastare efficacemente il riscaldamento globale, raccomandandosi di fissare obiettivi più ambiziosi per il 2020.

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Gli obiettivi del 2020 sono discussi in questi giorni a Madrid, nella COP25, mentre il summit del 2020 verrà tenuto a Glasgow, e le nazioni di tutto il mondo hanno già giurato che presenteranno piani per la lotta al clima più “drammaticamente concreti”, secondo quello detto dal segretario dell’ONU Antonio Guterres.

Prima della conferenza ha dichiarato: “Nei prossimi 12 mesi cruciali, è essenziale garantire impegni nazionali più ambiziosi, in particolare da parte dei principali produttori, per iniziare immediatamente a ridurre le emissioni di gas serra a un ritmo coerente con il raggiungimento della neutralità del carbonio entro il 2050”.

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In sostanza sembra di essere entrati in un circolo vizioso, dove gli accordi precedenti non vengono rispettati, obbligando gli stati a sottostare ad accordi sempre più difficili da realizzare.

Tutto questo mentre il pianeta sta lentamente, ma inesorabilmente andando verso il “punto di non ritorno“.

 

 

 

 

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