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Concordia 9 anni dopo, il rapporto dell’Ispra sulle azioni messe in campo per il contenimento dei danni ambientali

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A distanza di nove anni dall’incidente, in considerazione della conclusione delle attività di pulizia dei fondali e nel pieno delle azioni volte a favorire il recupero dell’ecosistema marino originario, oggi la presentazione del rapporto ambientale dell’ISPRA sul tema delle conseguenze ambientali del sinistro “Costa Concordia” e delle azioni per minimizzarle, condotte da parte di istituzioni pubbliche e private.

Il 13 gennaio 2012, nelle acque dell’Isola del Giglio, la nave da crociera Costa Concordia si inabissò in una delle più belle zone del Parco delle Isole Toscane. Il tragico evento, che costò la vita a 32 persone, comportò anche un considerevole danno all’ambiente costiero, soprattutto a carico del fondale marino. Danno determinato dalla presenza del relitto e dalle attività di cantiere, necessarie per rimuovere e allontanare lo stesso; senza considerare il potenziale danno arrecato da sostanze nocive di cui la nave era carica: combustibile, olii pesanti, vernici e detersivi.

Oltre ai risarcimenti delle parti civili, tra cui la Presidenza del Consiglio, il Ministero dell’Ambiente, la Protezione Civile, la Regione Toscana, al comune di Isola del Giglio venne altresì riconosciuto il risarcimento del danno ambientale finalizzato al ripristino dei fondali marini.

A distanza di nove anni dall’incidente, in considerazione della conclusione delle attività di pulizia dei fondali (fase WP9-conclusa a maggio 2018) e nel pieno delle azioni volte a favorire il recupero dell’ecosistema marino originario (WP10), ISPRA presenta il rapporto sulle conseguenze ambientali del sinistro “Costa Concordia” e delle azioni per minimizzarle, condotte da parte di istituzioni pubbliche e private.

Oltre 2000 tonnellate di olio combustibile pesante stivate nei serbatoi della nave, 1351 m³ di acque grigie e nere, 41 m³ di oli lubrificanti, 280 litri di acetilene, 600 kg di grassi per apparati meccanici, 855 litri di smalto liquido, 50 litri di insetticida liquido, 1 tonnellata di ipoclorito di sodio (candeggina) e 25.000 tonnellate di cemento contenute in 14 mila sacchi necessari per raddrizzare la nave: è questo in termini di minacce ambientali l’incidente “Costa Concordia”. Dopo 9 anni, terminate le azioni di smantellamento della nave e ripristino dei fondali, parte la terza fase di attività ( iniziata nel 2019) destinata al recupero di alcuni elementi “chiave” di questi ecosistemi marini come la posidonia, ad oggi reimpiantati per oltre 1000 m2, e il coralligeno la cui riparazione è attualmente in corso.

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Tecnici e ricercatori ISPRA, sin dalle ore immediatamente successive al naufragio, hanno supportato il Ministero dell’ambiente e la Protezione Civile effettuando, insieme ad ARPA Toscana, azioni di supervisione e controllo delle attività destinate al recupero degli ambienti marini danneggiati, condotte dal Centro Interuniversitario di Biologia Marina ed Ecologia Applicata “G. Bacci” (CIBM) per conto della Soc. Costa Crociere.

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Ma quali sono stati esattamente i danni ambientali causati dal naufragio? Le conseguenze ambientali possono essere divise in due categorie: quelle causate dalla presenza del relitto e quelle provocate dalle inevitabili attività realizzate per la sua rimozione, entrambe a carico degli ecosistemi che si sviluppano sui fondali interessati dalla presenza del relitto e del cantiere. In questo ambiente, popolato da organismi la cui vita è in stretta relazione con il fondale, i tempi di recupero seguenti alla definitiva conclusione degli eventi causati dall’impatto, possono superare anche il decennio ma anche non realizzarsi affatto.

Due i tipi di popolamenti più danneggiati dall’effetto ombra del relitto (che inibisce la fotosintesi di alghe e piante) e dalla sedimentazione del materiale di cantiere (opere di scavo, dispersione di detriti e rifiuti provenienti dal relitto e dalle attività di progetto il cui spessore in alcuni casi ha superato anche il metro) che ha soffocato e ricoperto gli organismi dei fondali circostanti il relitto: le praterie di Posidonia oceanica e i popolamenti del Coralligeno. Entrambi sono protetti da Convenzioni internazionali soprattutto per il loro ruolo nel Mediterraneo di area di riproduzione e rifugio per molte specie marine e quindi, in definitiva, per la loro elevata biodiversità.

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Cosa è stato fatto e cosa si sta facendo? Terminate nel 2018 le attività di ripristino ambientale dei fondali, volte a eliminare le fonti di danno per l’ambiente, nel 2019 prendeva il via l’ultima fase progettuale che consiste nel “recupero ambientale”. Le azioni, ancora in corso, prevedono il reimpianto di esemplari della Posidonia oceanica e la messa a dimora di organismi del coralligeno per un’estensione complessiva di 2.100 m2, a profondità comprese tra 10 e 25 metri, dove le probabilità di successo sono maggiori. In due anni il reimpianto ha interessato circa la metà dell’estensione complessiva e i primi risultati sembrano indicare un buon successo, fornendo anche indicazioni per la messa a punto delle azioni future.

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“La Commissione Ecomafie che presiedo ha seguito con attenzione, nella precedente Legislatura, le attività di smantellamento della nave Costa Concordia concluse nel 2017. Un’operazione unica nel suo genere per la delicatezza e le competenze messe in campo, gestita in modo virtuoso. Nonostante lo smantellamento di un relitto di queste dimensioni non avesse precedenti, è stato possibile portarlo a termine senza la necessità di derogare alle normative ambientali. Un grande risultato e un’esperienza da cui il Paese ha imparato molto”, dichiara il presidente della Commissione parlamentare Ecomafie Stefano Vignaroli.

Stefano Laporta, Presidente ISPRA SNPA: “L’incidente della Costa Concordia è stata innanzitutto una tragedia che ha portato lutti e sofferenze per tante famiglie e ha colpito profondamente tutti noi. L’operazione di messa in sicurezza e di rimozione del relitto è stata straordinaria sia dal punto di vista del costante monitoraggio ambientale, con oltre 36000 operazioni di analisi e controlli  in poco più di due anni e che hanno visto impegno e sforzo congiunti da parte di ISPRA e del SNPA insieme a tutte le Istituzioni e  gli enti di  controllo e ricerca preposti, sia per  il complesso delle attività che hanno portato alla corretta rimozione della nave. Il successo di queste operazioni ha consentito di ripristinare l’habitat naturale dell’ambiente costiero marino in una delle zone più belle del nostro Paese e di riportarlo alla sua naturale bellezza, un modo per onorare le vittime di questa tragedia”.

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