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Con la Brexit il Regno Unito esporterà i rifiuti nei paesi più poveri

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Il Regno Unito incrementerà la quantità dei rifiuti da esportare nei paesi poveri e con la Brexit sarà in grado di raggirare i regolamenti europei in materia di smaltimento di rifiuti.

Per ovviare al problema dei rifiuti, il Regno Unito ha sempre fatto ricorso alla spedizione in paesi più poveri che si occupassero dello smaltimento, anche quando i paesi destinatari non avevano i mezzi adeguati a procedere.

Il premier britannico definisce il suo governo piuttosto ambientalista, anche se di regole per la tutela dell’ambiente non ce n’è neanche l’ombra.

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Da gennaio 2021 l’Unione Europea, ha vietato l’esportazione di rifiuti in paesi che non fanno parte dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e non hanno quindi a disposizione i mezzi per il corretto smaltimento degli scarti, ma sfruttando la recente Brexit eludere i regolamenti europei sarà un gioco da ragazzi.

Ogni anno il Regno Unito, spedisce diverse tonnellate di rifiuti in paesi non OCSE in particolare in Malesia, Indonesia e Pakistan.

Quasi la totalità dei materiali che questi paesi ricevono non è riciclabile essendo elementi indifferenziati e a causa della scarsa capacità che hanno di separare i rifiuti, spesso per la mancanza di mezzi di smaltimento idonei, questo si traduce in emissioni inquinanti perché finiscono con l’essere eliminati e bruciati in discariche a cielo aperto.

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Il primo ministro inglese Boris Johnson ha siglato un provvedimento con il quale si punta ad aumentare la mole di rifiuti esportati, quando in molti erano convinti che, nonostante il distacco dall’UE, il Regno Unito avrebbe seguito le regolamentazioni europee. Non mancano le proteste degli attivisti per la tutela dell’ambiente, in Indonesia si sta mobilitando la Nexus3 Foundation.

In Indonesia abbiamo rilevato enormi quantità di rifiuti in plastica provenienti dalla Gran Bretagna, che continua a sfruttare e utilizzare i paesi in via di sviluppo come discariche” come afferma Yuyun Ismawati, attivista per la Nexus3 Foundation.

Di Francesco De Simoni

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