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Clima Accordo di Parigi, Trump conferma: “Gli Stati Uniti si ritireranno”

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L’annuncio arriva direttamente dalla conferenza sull’energia a Pittsburgh dove il Presidente Donald Trump ha descritto l’accordo come sfavorevole e ha ribadito che la sua politica a favore del carbon fossile ha reso gli Stati Uniti d’America una potenza energetica.

La prima data utile per formalizzare l’uscita dall’accordo è il 4 novembre 2019 mentre il ritiro effettivo potrà avvenire solamente un anno dopo, il 4 novembre 2020, il giorno dopo le elezioni presidenziali, qualora venisse rieletto il presidente Donald Trump.

L’accordo di Parigi ha riunito 195 stati nella battaglia contro i cambiamenti climatici. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’accordo prevede di tagliare i gas ad effetto serra fino al 28% dal livello del 2005 entro il 2025, ma Trump ha ribadito che, qualora non potesse rivedere i parametri, si ritirerà da esso. Fonti diplomatiche indicano che però non c’è stato nessuno sforzo per la rinegoziazione.

Allo stesso tempo, lo staff del Presidente ha condotto quella che i critici chiamano una missione “Cerca e Distruggi” nella legislazione ambientale americana. Trump ha promesso che trasformerà gli Stati Uniti in una potenza energetica e sta lavorando per ridurre i costi di produzione di gas, petrolio e carbone, criticando i progetti ambientali dell’ex-Presidente Barack Obama come una guerra all’energia americana.

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La produzione di petrolio e gas sta fiorendo ma i progetti del presidente prevedono di far resuscitare anche l’industria del carbone, tema fondamentale per la prossima campagna elettorale. La sfida è molto più complicata del previsto dal momento che il carbone non può competere con i prezzi del gas e con quelli delle energie rinnovabili, recentemente crollati. Le aziende inoltre sono riluttanti ad investire in impianti a carbone che potrebbero avere vita breve qualora la prossima amministrazione decida di riunirsi al resto del mondo nella lotta al cambiamento climatico. Considerando che il carbone è la forma di energia più sporca, gli industriali stanno lavorando al fine di ridurre le emissioni nonostante gli atteggiamenti del Presidente.

Inoltre, molti stati, città ed economie degli Stati Uniti hanno deciso di rimanere legati agli accordi di Parigi, qualunque sia l’opinione del presidente. Gli attivisti dicono di rappresentare circa il 70% del Pil americano e il 65% della popolazione e che, se fossero una nazione, potrebbero considerarsi la seconda economia del mondo. A capo degli oppositori alla politica del Presidente c’è la California, in prima linea in una battaglia contro il presidente e la sua politica per evitare di imporre standard per la qualità dell’aria.

L’annuncio del presidente Trump alla conferenza sull’energia a Pittsburgh

L’effetto Trump

Alla lunga, l’effetto più negativo della posizione del Presidente Trump potrebbe essere quello di attenuare la pressione sui paesi come il Brasile o l’Arabia Saudita nell’intraprendere azioni di propria iniziativa. Gli ambientalisti sono infatti convinti che l’ex presidente Obama avrebbe agito istantaneamente per far pressione sul presidente Bolsonaro per contrastare gli incendi in Amazzonia.

Quando Obama si impegnò verso l’accordo di Parigi stabilì che gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere a capo del cambiamento climatico perché contribuivano maggiormente, rispetto agli altri paesi, alla diffusione dei gas ad effetto serra nell’atmosfera.

La Cina e l’India attualmente registrano un livello pro capite di emissioni relativamente basso ma per Trump non dovrebbe essere concesso loro di ridurre il consumo di carbon fossile più lentamente degli Stati Uniti. Secondo Trump “l’accordo di Parigi colpisce i produttori americani con eccessive restrizioni mentre consente ai produttori di altri paesi di inquinare senza essere puniti. Quello che noi non facciamo è punire gli americani arricchendo gli inquinatori di altri paesi, sono orgoglioso di dirlo, si chiama ‘America First’”.

Gli avversari del Presidente avvertono che questa decisione mette a rischio la leadership americana sull’energia pulita e la produzione di nuove tecnologie per produrre energia solare, eolica, batterie avanzate e strumenti per la conservazione dell’energia. Per Neera Tande del Liberal think tank Center for American Progress “invece di rafforzarci, questa azione indebolisce l’America nell’economia mondiale e cede la leadership sul cambiamento climatico e le altre sfide dei nostri tempi a paesi come Russia e Cina”.

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Un treno deragliato per la diplomazia americana

In effetti l’atteggiamento dei leader cinesi su questi argomenti è recentemente mutato grazie all’atteggiamento dei politici, focalizzati sull’evitare una recessione. Il governo di Pechino sta avendo difficoltà nel convincere i governatori regionali ad abbandonare gli impianti a carbone per i quali hanno preso ingenti prestiti.

Inoltre, c’è l’impegno per la costruzione di un enorme aeroporto per stimolare la crescita economica, progetto attaccato dalla critica perché incompatibile con i problemi legati al clima. Mentre le condizioni climatiche preoccupano gli scienziati, i diplomatici si incontreranno fra poche settimane in Cile per stabilire il percorso da seguire.

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Andrew Light, ex ufficiale del Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Obama e mediatore durante gli accordi di Parigi ha detto che il ritiro formale potrebbe rendere difficile per gli Stati Uniti esser parte della conversazione globale. “Ci vorrà del tempo per la diplomazia americana per recuperare da questo deragliamento della diplomazia statunitense”.

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