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Clima, sentenza storica: per la prima volta un governo è stato portato in tribunale e condannato a ridurre le emissioni

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Dopo una sentenza che farà storia il tribunale olandese ha condannato lo stato a ridurre le emssioni inquinati, dopo una denuncia presentata da un gruppo di cittadini. E a marzo toccherà all’Italia.

La sentenza che la Corte suprema olandese ha pronunciato lo scorso 21 dicembre potrebbe diventare storica: per la prima volta uno Stato, portato in tribunale dai suoi cittadini, viene condannato per non aver fatto abbastanza per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, fallendo nel ridurre le emissioni inquinanti.

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“Il governo olandese,” recita la sentenza, “ha l’obbligo di ridurre entro la fine del 2020 le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 25% rispetto al 1990. Non rispettare questo limite costituisce una violazione degli articoli 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani che tutelano il diritto alla vita e al benessere delle persone”.

Quando il presidente della Corte ha letto il testo della sentenza, i tanti attivisti di Urgenda – la ONG olandese che nel 2013 insieme a 886 cittadini ha fatto causa ai Paesi Bassi accusandoli di non adottare i provvedimenti necessari per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici – hanno cominciato a urlare di gioia. “Abbiamo scritto la storia”, si legge in un tweet dell’organizzazione ambientalista.

 


«Questa è la più importante sentenza che sia stata mai pronunciata in merito ai cambiamenti climatici: conferma quanto i diritti umani siano messi a rischio. Questa è una vittoria per miliardi di persone più vulnerabili agli impatti devastanti della crisi climatica e un colpo di grazia all’industria dei combustibili fossili», ha detto il Relatore speciale sui diritti umani e l’ambiente alle Nazioni Unite, David R. Boyd.

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«Il ragionamento della Corte suprema è convincente», ha commentato l’avvocato di Urgenda, Koos van den Berg, subito dopo il verdetto. «È una decisione che ha una sua logica: sostiene che gli Stati devono fare la loro parte nel contrastare il riscaldamento globale se non vogliono violare i diritti umani. È un’affermazione universale. Altri tribunali la ascolteranno».

Anche Jasper Teulings, capo degli affari legali di Greenpeace International, ne è convinto: «È una sentenza che trascende i confini nazionali e può essere una fonte di ispirazione per il movimento globale per il clima affinché i governi prendano le misure necessarie. Ci dà speranza e ne abbiamo tutti bisogno. Ora dobbiamo davvero metterci al lavoro».

Fino al 2011 il governo olandese aveva adottato politiche volte alla riduzione delle emissioni del 30% entro il 2020, un obiettivo necessario per limitare realisticamente l’aumento delle temperature entro i 2 gradi centigradi, come aveva dichiarato nel 2009 l’allora ministro all’Ambiente dei Paesi Bassi.

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Ma con l’avvento del primo governo Rutte, sempre nel 2011, quelle politiche furono abbandonate. Da quel momento in poi il governo ha puntato a una riduzione delle emissioni del 20%. Almeno fino alla decisione della Corte suprema di una settimana fa.

Resta da capire ora come il governo ha intenzione di rispettarla. Di sicuro non potrà più fare ricorso contro i suoi stessi cittadini come fatto finora.

Oltre alla chiusura delle centrali a carbone, Urgenda ha suggerito 40 misure che il governo potrebbe assumere entro il prossimo anno, che vanno dalla riduzione degli allevamenti allo spegnimento dell’illuminazione dopo il lavoro, dalla riduzione della velocità delle auto alla rottamazione corretta dei frigoriferi, dagli incentivi per i pannelli solari all’illuminazione a Led nelle serre.

Chiamando in causa gli articoli 2 e 8 della Convenzione europea sui diritti umani, la sentenza della Corte suprema stabilisce un precedente internazionale e può essere utilizzata anche da avvocati di altri paesi quando citano in giudizio il loro Stato.

Il caso olandese ha già ispirato cause simili contro i governi nazionali in Europa e anche contro l’Unione europea, parte di una tendenza sempre maggiore che vede i cittadini intraprendere azioni legali su questioni climatiche.

«Nel mondo ci sono state 1.442 azioni legali relative ai cambiamenti climatici. Questa è la decisione più rilevante di sempre», ha commentato al New York Times, Michel Gerrard, direttore del Sabin Center for Climate Change Law presso la Columbia University.

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A marzo toccherà anche all’Italia. Sarà presentata “Giudizio Universale”, la prima causa contro lo Stato, portata avanti da un network di associazioni e movimenti (tra le quali non ci sono, però, Legambiente, WWF Italia e Italian Climate Network). «L’obiettivo della causa è far riconoscere il legame che c’è tra i diritti umani e la violazione dei diritti umani e gli impatti dei cambiamenti climatici», ha detto Cecilia Erba, portavoce della campagna durante un’intervista svolta alla COP25 di Madrid.

 

«Chiediamo che lo Stato italiano venga obbligato adottare delle misure di mitigazione dei cambiamenti climatici in linea con gli obiettivi proposti dallo Stato stesso e in linea i report scientifici dell’IPCC». Raggiungere un verdetto positivo in Italia non sarà semplice, data la difficoltà di individuare il soggetto da richiamare alle proprie responsabilità.

 

 

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