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Clima, la “Venezia d’Africa” rischia di essere sommersa dall’oceano

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L’innalzamento degli oceani rischia di sommergere Saint-Louis, la Venezia d’Africa; il villaggio Doun Baba Dieye è già sotto il livello del mare.

Doun Baba Dieye è un villaggio di pescatori nei sobborghi di Saint-Louis in Senegal che si trova nella parte sud della Langue de Barbarie, un sottile strato di terra che separa l’ex capitale dall’oceano Atlantico. Il villaggio oggi è completamente sommerso dalle acque. “Questa era la mia casa. Sono nato qui. Ogni cosa importante nella mia vita è avvenuta qui” ha raccontato Ameth, ex capo villaggio, indicando l’unico albero che emerge dall’oceano a cinquanta metri di distanza. Pochi rami emergono dall’acqua nel punto in cui ha fatto la proposta di matrimonio a sua moglie 35 anni fa.

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Saint-Louis è stata ribattezzata “la Venezia dell’Africa” ed è attualmente un patrimonio culturale dell’Unesco. I francesi scelsero la città come capitale per la sua posizione strategica, permettendo alla città di fiorire in epoca coloniale. Ma oggi, la città rischia di essere sommersa dall’innalzamento dei mari. Lo stato di “allerta inondazione” ormai è lo standard per gli abitanti.

Qui le conseguenze della crisi climatica sono tangibili: migliaia di persone sfollate, case distrutte e migliaia di studenti che sono costretti ad andare a scuola la sera perché la mattina la scuola è stata sommersa dalle acque. La Banca Mondiale ha recentemente destinato 24 milioni di euro per combattere gli effetti dei cambiamenti climatici nella città, dove 10,000 persone vivono nelle zone a rischio. Secondo uno studio del governo senegalese, l’80% del territorio di Saint-Louis sarà a rischio inondazione entro il 2080 e 150,000 abitanti dovranno essere rilocati. La gran parte delle città costiere africane rischiano la stessa sorte.

Mangone Diagné, del ministero dell’ambiente ha commentato: “Saint-Louis è circondata dall’acqua e vulnerabile ai cambiamenti climatici. Ma i danni sono stati causati sia dalla natura che dall’uomo”. Il riferimento è ad un danno di calcolo da parte degli ingegneri che ha contribuito al deterioramento della Langue de Barbarie. Nel 2003, una forte tempesta ha causato un aumento delle acque del fiume Senegal che ha messo a rischio inondazione Saint-Louis. Per rimediare all’inondazione, il governo locale ha scavato un canale di quattro metri attraverso la Langue de Barbarie ma il risultato è stato l’opposto di quello sperato: appena il livello del fiume è sceso, il canale ha iniziato ad espandersi in fretta. Oggi il canale è largo 6 km ed ha tagliato parte della penisola, trasformandola in un’isola, e sommerso Doun Baba Dieye.

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Inoltre è stato stravolto l’equilibrio dell’ecosistema locale. Il canale ha portato l’acqua di mare nel fiume, aumentando la salinità e danneggiando le popolazioni di uccelli rari e di pesci e costringendo i pescatori locali ad avventurarsi nelle acque mauritane, pericolose e illegali. I raccolti, già destabilizzati dalle stagioni delle piogge irregolari e dalle tempeste di sabbia, hanno subito ulteriori danni. Ameth, insieme agli altri 800 abitanti del villaggio, è stato costretto ad abbandonare la sua casa senza alcun supporto statale: “siamo pescatori, conosciamo l’oceano quindi siamo andati via in tempo e nessuno è rimasto ferito” ha detto Ameth prima di correggersi “eravamo pescatori”.

Gli abitanti della Langue de Barbarie appartengono al gruppo etnico Lebou, in cui l’arte della pesca viene tramandata da secoli. Gli uomini imparano a pescare fin da bambini. Ameth però vuole che i suoi figli abbiano un’educazione: due di loro sono all’università mentre gli altri vanno ancora a scuola: “Per noi Lebou l’oceano è il nostro sangue vitale ma è dura vivere da pescatori oggi. Per questo molti giovani stanno abbandonando la nostra comunità, voglio che i miei figli abbiano una scelta”.

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Il distretto di Guet N’dar, a nord della penisola, è stato colpito da un’onda di quattro metri nel settembre del 2017. L’inondazione ha colpito più di cento edifici tra case, scuole, una moschea e parte del cimitero. Quando l’oceano si è ritirato ha lasciato solamente devastazione. Il Presidente francese Emmanuel Macron ha visitato l’area nel febbraio 2018 promettendo di destinare 15 milioni per costruire una diga che protegga il resto delle infrastrutture rimaste. Nell’aprile dello stesso anno parte della diga è collassata.


Ameth non sta facendo affidamento ne sulla Banca Mondiale ne su Macron. Grazie ad alcuni finanziamenti delle Nazioni Unite ritorna una volta l’anno al suo villaggio per piantare alberi, sperando che le mangrovie e i filaos, una specie di pino esotico, possano salvare la costa dalla distruzione: “Anche se ci siamo dovuti spostare fisicamente, la mia mente e il mio spirito rimarranno sempre qui. E spero di poter tornare un giorno”.

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