Clima, il Prof. Vacchiano sul rapporto Ipcc: “Tra le nostre risposte occhio alla maladaptation”

L’ultimo rapporto dell’Ipcc lancia l’allarme su diverse zone del mondo, compreso il Mediterraneo. Il professor Giorgio Vacchiano, docente di gestione e pianificazione forestale dell’Università Statale di Milano, ne ha parlato a Teleambiente.

Professore, l’ultimo rapporto dell’Ipcc lancia l’allarme su varie zone del mondo, Mediterraneo compreso. E parla anche di alcuni cambiamenti climatici che sarebbero già irreversibili. È ciò che rischia anche il nostro mare?

Quello di cui parliamo è la seconda parte del report di sintesi che l’Ipcc, organismo dell’Onu, ha pubblicato tra il 2021 e il 2022. C’è anche una terza parte, che sarà pubblicata tra un mese, e che riguarda le soluzioni. Quando parliamo dei problemi, non vanno separati dalle soluzioni che per fortuna ci sono. Questa seconda parte si concentra sugli impatti della crisi climatica e sulle possibilità di adattamento, mentre la prima parlava della cause. Qui si parla di soluzioni, a livello di risposta, non di prevenzione, che sarà oggetto del prossimo report.
Il report è molto corposo: oltre 3.500 pagine che mettono insieme il meglio della scienza degli ultimi anni. Ci sono focus geografici e focus su ecosistemi specifici: le principali aree del mondo, tra cui l’Europa e il Mediterraneo, e i punti di maggiore fragilità, come le foreste tropicali, gli oceani e le montagne“.

Clima, l’ultimo rapporto Ipcc: “Impatti già irreversibili”. Ed è allarme Mediterraneo

L’allarme sul Mediterraneo mette a rischio la stessa esistenza delle città costiere, comprese quelle italiane?

L’aumento del livello del mare è uno dei quattro rischi fondamentali identificati dal rapporto per le aree sud-europee e quindi Mediterraneo. A differenza di altri impatti del cambiamento climatico (come l’aumento delle temperature o la siccità), che si fermerebbero poco dopo il conseguimento delle emissioni zero, l’aumento del livello del mare si riverserebbe molto più a lungo. Quello che oggi facciamo al Pianeta, il mare lo accumula e ce lo restituirà nel corso dei secoli. Gran parte delle emergenze individuate dal rapporto sono strutturate con un confronto: cosa succederà a fine secolo con un aumento delle temperature di 1,5°C (il miglior risultato che potremmo ottenere) e cosa succederà con un aumento di 3°C. In quest’ultimo caso, si parla di minaccia esistenziale per le comunità costiere, per gli ecosistemi costieri e per le città sul livello del mare.
Il rapporto introduce anche un concetto molto importante, quello di ‘maladaptation’.

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In italiano potremmo tradurlo con disadattamento, cioè soluzioni che migliorano il problema sul breve termine ma lo peggiorano nel lungo termine. Pensiamo ad esempio alle barriere artificiali, che nel breve possono arginare l’innalzamento del livello del mare, ma che nel lungo termine potrebbero alterare gli ecosistemi costieri, modificando il flusso delle correnti e l’apporto di sedimenti o ‘mangiando’ le spiagge.
Il rapporto sottolinea come gli ecosistemi integri siano l’unica chance per lottare contro la crisi climatica che noi stessi abbiamo causato. Difenderci da una minaccia ma, al tempo stesso, degradare un ecosistema che ci serve come difesa è una misura che, in modo più creativo, potremmo definire ‘tafazziana’.
Il rapporto invita quindi a privilegiare le soluzioni di lungo termine, ricordandoci che viviamo altre due crisi contemporanee e connesse: quella della biodiversità e quella della salute. Un report congiunto dell’Ipcc e dell’Ipbes, che si occupano rispettivamente di clima e di biodiversità, ci mettevano in guardia sul voler risolvere il problema climatico rischiando di favorire la perdita di biodiversità.
Una delle buone notizie del report è che gli ecosistemi sono molto più capaci di quanto pensassimo ad aiutarci contro la crisi climatica, ma vanno preservati bene. Dobbiamo capire bene come funzionano e mantenere questo funzionamento. Se arriviamo ad un riscaldamento troppo forte, come quello di 3°C (che è quello a cui arriveremmo senza considerare gli obiettivi più improbabili da raggiungere), rischiamo di compromettere gli ecosistemi. Stiamo un po’ segando il ramo su cui siamo seduti, dobbiamo mantenere tutte le opzioni che sono in grado di salvarci e di aiutarci, compresi ecosistemi integri“.