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Clima, nuovo rapporto IPCC: riscaldamento +1,5 gradi nel 2030, 10 anni prima del previsto

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Cambiamenti climatici senza precedenti, molti di questi sono senza precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, e alcuni tra quelli che sono già in atto, come il continuo aumento del livello del mare, sono irreversibili in centinaia o migliaia di anni. E’ l’allarme che arriva dall’ultimo rapporto del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC).

“Il nuovo rapporto IPCC non contiene vere sorprese. Conferma quelle che già sappiamo da migliaia di studi e rapporti fatti in precedenza: ovvero che siamo in una situazione di emergenza. È un serio (ma cauto) riassunto di quanto la scienza ci mette al momento a disposizione“: così Greta Thunberg su Twitter, commentando lo studio Onu presentato oggi sui cambiamenti climatici.

Nel 2019, le concentrazioni atmosferiche di Co2 erano le più alte degli ultimi 2 milioni di anni e quelle dei principali gas serra (metano e biossido di azoto) le più elevate degli ultimi 800.000 anni; negli ultimi 50 anni la temperatura della Terra è cresciuta a una velocità che non ha uguali negli ultimi 2.000 anni; l’aumento medio del livello del mare è cresciuto a una velocità mai vista negli ultimi 3000 anni.

Questo l’allarme lanciato nel sesto rapporto dell’Ipcc – International Panel on Climate Change, attualmente in corso di finalizzazione. Ogni rapporto Ipcc si compone di tre parti, ognuna redatta a cura di un apposito Working Group. Il Working Group I valuta le nuove conoscenze scientifiche emerse rispetto al rapporto precedente. In questo gruppo di lavoro, sui 234 ‘lead authors’ provenienti da 66 Paesi, tre sono gli scienziati appartenenti a un’istituzione di ricerca italiana, tutti ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche: Annalisa Cherchi, Susanna Corti, Sandro Fuzzi.

“Mentre i governi procedono a rilento nella riduzione delle emissioni, la crisi climatica sta già colpendo molte comunità con incendi, inondazioni estreme e siccità. Siamo in corsa contro il tempo, e l’IPCC ha appena rafforzato ulteriormente la connessione tra le emissioni di gas serra e l’intensificazione degli eventi climatici estremi. Se i governi non riusciranno a migliorare in modo significativo gli attuali e assolutamente insufficienti obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030, l’umanità intera potrebbe perdere questa sfida“. Così Kaisa Kosonen, Senior Political Advisor di Greenpeace Nordic, commenta il rapporto del gruppo di lavoro 1 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change.

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Il Working Group II valuta gli impatti del cambiamento climatico sull’ambiente e la società e le azioni di adattamento necessarie; il Working Group III valuta le azioni di mitigazione del cambiamento climatico. Ogni gruppo di lavoro redige un rapporto grazie al lavoro di 200-250 scienziati (i cosiddetti ‘lead authors’) scelti su proposta dei singoli governi dal Bureau Ipcc, la cui partecipazione è volontaria e non retribuita. I Rapporti Ipcc, la cui stesura impegna gli scienziati per circa tre anni, sono soggetti prima della stesura finale a due fasi di revisione da parte di diverse centinaia di altri scienziati esperti del settore e da parte di esperti dei singoli governi. L’International Panel on Climate Change (Ipcc), creato dalle Agenzie delle Nazioni Unite Unep (Un Environmental Program) e Wmo (World Meteorological Organisation) nel 1988, ha il compito di redigere a scadenza regolare rapporti di valutazione sulle conoscenze scientifiche relative al cambiamento climatico, ai suoi impatti, ai rischi connessi, e alle opzioni per la mitigazione e l’adattamento. Isac – Cnr ha presentato oggi ufficialmente i dati del Rapporto del Working Group I; gli altri due Rapporti di cui si compone AR6 sono tuttora in corso di elaborazione e verranno presentati nei primi mesi del 2022.

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La pandemia da Covid-19 ha permesso di condurre un esperimento altrimenti impensabile: la riduzione in tempi brevissimi delle emissioni di inquinanti atmosferici e gas serra dovuta ai lockdown estesi praticamente in tutto il mondo. Mentre la riduzione delle emissioni inquinanti ha portato a un seppur temporaneo miglioramento della qualità dell’aria a livello globale, la riduzione del 7% delle emissioni globali di CO2, una riduzione enorme mai sperimentata nei decenni passati, non ha prodotto alcun effetto sulla concentrazione di CO2 in atmosfera e, conseguentemente, nessun apprezzabile effetto sulla temperatura del pianeta.

 

Questo perché, mentre la riduzione delle emissioni dei principali inquinanti, che permangono in atmosfera per alcuni giorni o, al massimo, per alcuni mesi, ha un rapido effetto sulla loro concentrazione con un considerevole beneficio sulla salute umana e sull’ambiente in generale, al contrario, per contrastare il riscaldamento climatico sono necessarie riduzioni della concentrazione di CO2, che permane in atmosfera per centinaia di anni, e degli altri gas serra che siano sostenute nel tempo e di grossa entità fino alla completa decarbonizzazione. Lo rilevano i dati del sesto Rapporto dell’Ipcc (AR6) riassunti e forniti da Cnr-Isac. Questi dati rappresentano ”una conferma che per contrastare il riscaldamento del clima sono necessarie riduzioni della concentrazione di CO2 e altri gas serra di grossa entità e sostenute nel tempo fino a una totale decarbonizzazione”, sottolinea Sandro Fuzzi, ricercatore dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche, tra gli autori del sesto Rapporto Ipcc.

Per Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia, “il rapporto del Gruppo di Lavoro I dell’IPCC arriva in un momento importante in vista della Cop26 e mette dei punti fermi da cui i negoziatori devono partire: la certezza della portata della crisi climatica e della responsabilità dell’umanità nel determinarla (definita ”incontrovertibile”) inclusi quindi gli eventi meteorologici estremi; la consapevolezza di quanto abbiamo cambiato il pianeta e che le cose continueranno a peggiorare a meno che non cambiamo immediatamente rotta”.

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