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Clima e migranti ambientali, 143 milioni di persone a rischio

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Clima. Sono circa 143 milioni le persone delle aree più povere del mondo che potrebbero diventare nuovi migranti climatici a causa dell’impatto del riscaldamento globale.

A questi si devono aggiungere le migrazioni interne dovute a eventi estremi come inondazioni o cicloni, che nel 2016 hanno riguardato oltre 24 milioni di persone.

Sono i numeri allarmanti della Relazione sullo stato della Green Economy 2019, documento centrale degli Stati Generali della Green Economy che si sono appena conclusi alla Fiera di Rimini, durante l’esposizione Ecomondo, che confermano l’aggravarsi della crisi climatica ed il deteriorarsi dello stato di salute del pianeta.

La desertificazione – spiega il Rapporto – colpisce già circa 1 miliardo di persone in 100 paesi.

Il 25% della popolazione mondiale rischia di non avere acqua a sufficienza e entro il 2030 malnutrizione, malaria e ondate di calore provocheranno ulteriori 250 mila morti l’anno.

Nonostante l’accordo di Parigi, entro fine secolo si dovrebbero raggiungere i 3 gradi di aumento delle temperature: un livello di riscaldamento pericoloso, con conseguenze sconvolgenti che al 75-80% saranno sopportate dai Paesi in via di sviluppo.

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Nel 2017, secondo il Rapporto, i cambiamenti climatici hanno provocato 712 eventi meteorologici estremi, con danni economici per 326 miliardi di dollari, quasi il triplo rispetto all’anno precedente.

Non fanno ben sperare neanche i dati sull’estrazione di risorse naturali rinnovabili e non, responsabili in buona parte dell’inquinamento globale e del deteriorarsi dell’ambiente.

Tra il 1970 e 2017, i materiali non rinnovabili – in particolare minerali industriali e da costruzione – hanno registrato tassi di crescita esponenziali, segnando un +376%.

Durante lo stesso periodo il consumo di metalli è più che triplicato.

Fetta importante di responsabilità, a partire dal 2000, la detiene la rapida industrializzazione di Paesi asiatici quali India e Cina, dove nel secondo l’estrazione complessiva di materia è cresciuta di oltre il 1400% in 47 anni, pari a un terzo dell’estrazione globale di materie prime.

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Il tempo stringe, dobbiamo aumentare il passo, insieme al gruppo dei Paesi più responsabili, accelerando lo sviluppo di una green economy con emissioni nette azzerate al 2050 – ha dichiarato Edo Ronchi, del Consiglio nazionale della Green Economy – il successo e la competitività della green economy carbon neutral spingerà anche i Paesi riottosi e arretrati a inseguire e adeguarsi”.

Punta il dito contro l’Amministrazione statunitense, appena uscita dall’accordo di Parigi, il direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University, Jeffrey Sachs: “negli Stati Uniti il 70% delle persone è favorevole alle rinnovabili e al taglio delle emissioni, ma il Presidente Trump non ascolta la voce dell’America, ma la voce della piccola ma potente lobby del petrolio”.

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“La felicità e la sostenibilità sono in sostanza la stessa cosa. Per tenere fede all’accordo di Parigi sappiamo cosa fare, sappiamo dove andare. Dobbiamo decarbonizzare l’economia, dobbiamo produrre elettricità a basse emissioni e abbiamo le tecnologie. Ora abbiamo bisogno di una road map, di un percorso comune” ha sottolineato il responsabile della Columbia
University.

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