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Clima, la promessa di ’emissioni zero’ è davvero possibile?

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Clima. L’annuncio è arrivato nel corso del summit sul clima a New York che ha preceduto l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

66 Paesi, 102 città e 93 imprese (tra cui Nestlé, Nokia e L’Oréal) si sono impegnati a raggiungere zero emissioni entro il 2050.

Un passo avanti nella lotta ai cambiamenti climatici, supportato dall’impegno della Russia, il quarto più grande inquinatore al mondo, che con una risoluzione del premier Dmitri Medvedev ha deciso di attuare l’accordo di Parigi sul clima pur senza tecnicamente ratificarlo.

Chissà se le promesse dei leader, come auspicato dal Segretario generale delle Nazione Unite, Antonio Guterres, non siano solo bei discorsi, ma si trasformino in azioni concrete, tese ad abbandonare i carburanti fossili e diminuire l’aumento delle temperature globali.

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Ma la promessa di Emissioni zero è davvero realizzabile?

Dal Summit della Terra, tenutosi a Rio de Janeiro dal 3 al 14 giugno 1992, la prima conferenza mondiale dei Capi di Stato sull’Ambiente (da cui partirono poi le varie iniziative), le emissioni di Co2 da energia sono cresciute del 58%, 12 miliardi di tonnellate all’anno in più ai 32 miliardi del 2018.

Le tre fonti fossili contano per il 77% dei consumi globali di energia di 14,9 miliardi di tonnellate equivalenti petrolio (tep), quota ridotta rispetto all’83% del 1973 quando le politiche energetiche, prima di quelle ambientali, si ripromettevano, secondo alcuni entro pochi anni, di affrancare le economie dalla dipendenza dal petrolio.

La popolazione globale dagli attuali 7,6 salirà verso i 10 miliardi nel 2050, mentre ancora oggi miliardi di persone non usano forme moderne di energia.

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È inevitabile, e giusto, che i consumi continuino a crescere nei prossimi decenni verso i 18-20 miliardi tep. Che questi volumi possano essere totalmente non fossili non è realistico.

L’obiettivo, concordato a New York, di arrivare entro il 2050 a emissioni nette zero implica un taglio all’uso dei fossili di almeno il 50-80%, anche tenendo conto delle compensazioni attraverso gli assorbimenti delle riforestazioni.

Sono le fonti rinnovabili quelle su cui sono riposte le speranze, ma anche qui i risultati sono parziali.

A livello globale, le nuove fonti rinnovabili, eolico e fotovoltaico, contano per meno del 2% della domanda di energia.

Non è una questione di costi, perché questi sono crollati, il problema rimane la loro intermittenza e la difficoltà di loro accumulo in grandi quantità.

Per questo da anni si attende l’arrivo di grandi batterie elettriche, ma nel frattempo si è riscoperta una vecchia soluzione, quella dell’idrogeno, l’elemento più abbondate sulla terra e quello che quando brucia emette acqua. Per separarlo dall’ossigeno, nell’acqua, occorre molta elettricità.

L’idea è quella di usare l’elettricità prodotta in abbondanza dal vento o dal fotovoltaico quando non serve, per fare elettrolisi, cioè separare dall’acqua l’idrogeno, da stoccare e immettere nelle reti, magari in quelle già usate dal metano.

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Chi accumula molto bene è l’idroelettrico, che a livello globale conta per il 6% dei consumi. Tuttavia, oggi fare nuovi laghi artificiali di grande dimensione, come quelli che abbiamo fatto noi sulle Alpi, è impossibile per opposizione ambientale.

Il dimenticato nucleare, invece, è quello che potrebbe fare di più, perché conta per il 4% della domanda e produce energia concentrata senza emissioni di Co2; peccato che lasci tante scorie nucleari.

Nonostante ciò, nel mondo si costruiscono ancora centrali nucleari e, soprattutto, non si chiudono quelle esistenti, ormai vecchie, anche perché smantellarle costerebbe troppo, come sanno bene i nostri vicini francesi.

In attesa di un miracolo su nuove tecnologie, una dose di maggiore realismo è indispensabile. Occorre insistere su ciò che fino a oggi è stato più efficace, un maggiore uso di gas naturale, ricco di idrogeno, nella produzione di elettricità.

Il carbone, ricco di carbonio, è ancora oggi la fonte principale, con il 38%, nella produzione globale di elettricità.

La penetrazione del gas negli Usa, i cui prezzi sono bassi grazie all’enorme offerta da fracking, consente allo scettico Donald Trump di vantare un calo del 10% delle emissioni di Co2 negli ultimi 10 anni, nonostante un’economia cresciuta del 25 per cento.

Nei primi 9 mesi del 2019 il consumo di carbone della Germania, la prima della classe per politiche ambientali, è crollato del 13% sull’anno prima, grazie ai prezzi bassi del gas originati anche dalle esportazioni Usa.

L’aumento della temperatura dell’atmosfera, su cui non ci sono dubbi, richiede misure epocali, ma anche azioni immediate e concrete, lontano dall’assordante rumore dei grandi summit, dove l’esigenza della politica di unire inevitabilmente porta a decisioni ambiziose, spesso irrealistiche, il cui rischio, però, è creare confusione e allontanare, invece di avvicinare, gli obiettivi.

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