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Per i club si tratta di un vero e proprio business, a discapito dell’ambiente. Il caso della Premier League.

L’impatto del calcio sul clima può essere quantificato? In parte sì. Specialmente d’estate, quando i club dei principali campionati europei preparano la nuova stagione. Se una volta i ritiri si tenevano in montagna, alla ricerca del fresco, oggi va sempre più di moda viaggiare per il mondo, in continenti diversi, a bordo di aerei. Facendo impennare le emissioni di CO2. Una pratica che fa bene alle finanze dei club, compresi quelli italiani, ma non all’ambiente.

 

 

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L’allarme

Uno studio del 2020, dal titolo ‘Playing Against the Clock: Global Sport, the Climate Emergency and the Case for Rapid Change’, ha messo in guardia sugli scenari catastrofici che il cambiamento climatico potrebbe portare nel 2050. Si fa l’esempio di alcuni club della Premier League inglese: l’innalzamento incontrollato del livello del mare potrebbe far sommergere stadi come lo Stamford Bridge del Chelsea, il London Stadium del West Ham e il Craven Cottage del Fulham, ma anche il Blundell Park del Grimsby Town, l’MKM Stadium dell’Hull City, il St. Mary’s Stadium del Southampton o il Cardiff City Stadium.

 

 

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Il caso Premier League

La Premier League, il campionato di calcio più bello e ricco al mondo, da tempo cerca di adottare misure improntate sulla sostenibilità. Così come i singoli club, come il Tottenham o il Manchester City, che hanno lanciato iniziative per far sì che i tifosi si potessero recare allo stadio senza impatto sull’ambiente in termine di emissioni. Tottenham-Chelsea, inoltre, è stata la prima partita di Premier League a emissioni zero. Ci sono poi altri esempi positivi, come l’installazione di impianti fotovoltaici e altre fonti di energia rinnovabile per centri d’allenamento e stadi. Ma anche diete vegane o a km 0, risparmio idrico, riduzione del consumo di plastica. “Riconosciamo la necessità di agire sui cambiamenti climatici e ci impegneremo a ridurre il suo impatto climatico complessivo“, ha spiegato la Premier League. Ogni promessa e ogni azione, però, fanno sospettare il greenwashing.

 

 

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Le tournée, i voli, la CO2

Tanti club, compresi quelli italiani, da anni viaggiano in giro per il mondo per partecipare a tornei amichevoli. Quello delle tournée è un vero e proprio business: sono tantissimi i tifosi, negli Stati Uniti come in Australia, in Asia come in Medio Oriente, che non vedono l’ora di vedere in azione i grandi campioni del calcio europeo. Ed è così che tanti club, invece di preparare la stagione in patria, si spostano da un continente all’altro. La Juventus, ad esempio, è volata negli Stati Uniti. Ma in questo caso, il primato negativo spetta alla Premier League. Come riporta la BBC, in Australia sono andati Crystal Palace, Leeds United e Aston Villa; il Liverpool ha giocato in Thailandia e a Singapore; il Manchester United in Thailandia e Australia; il Chelsea e l’Everton negli Stati Uniti; il Tottenham in Corea del Sud. La stima della CO2 prodotta è impressionante.
La scelta della destinazione può dipendere da vari fattori, a cominciare da quello economico: allenamenti e amichevoli si svolgono nei Paesi che offrono maggiori vantaggi in termini di incassi e premi. Ci sono poi ragioni varie, come ad esempio la nazionalità dei proprietari dei club o di alcune stelle della squadra (si pensi a Heung-min Son, stella sudcoreana del Tottenham).

 

 

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I club peggiori e quelli più virtuosi

Nell’articolo della BBC c’è anche la classifica delle emissioni di CO2 causate dai voli dei club di Premier League in questa preparazione estiva. La maglia nera spetta all’Aston Villa: il club allenato da Steven Gerrard ha viaggiato per almeno 22.419 miglia aeree, con 2.921 kg di CO2 stimate per singolo passeggero. Seguono poi, in questa poco onorevole classifica, il Leeds, il Manchester United, il Crystal Palace, il Liverpool e lo stesso Tottenham che cerca di adottare pratiche sostenibili. Nella classifica basata sulle stime della BBC, il club più virtuoso sembra essere il Leicester, che ha viaggiato molto meno in aereo, producendo meno del 5% delle emissioni di Aston Villa e Leeds. Relativamente ridotta l’impronta di carbonio anche di club come Southampton, Brentford, West Ham e Brighton.

 

 

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Le emissioni del calcio

Le emissioni di carbonio complessive del calcio dipendono da tanti fattori, non solo dagli spostamenti in aereo dei calciatori. Ma comunque questo non è un buon messaggio” – ha spiegato a The Athletic il presidente di Rapid Transition Alliance, David Goldblatt – “Basterebbe poco per diminuire le forme più eclatanti di emissioni di carbonio“.
I singoli club, ma anche le leghe calcistiche, le federazioni nazionali e internazionali, da tempo cercano di aderire alle convenzioni dell’Onu sui cambiamenti climatici. Ma poi ci sono determinate pratiche, come i voli intercontinentali per le amichevoli, che rischiano di vanificare tutto.
Le emissioni collegate al mondo del calcio possono solo essere calcolate e stimate, ma i valori non dovrebbero discostarsi troppo da quelli effettivi. La Coppa del Mondo in Russia del 2018 ha emesso circa 2,16 milioni di tonnellate di anidride carbonica (l’equivalente di 500mila auto guidate in un anno). Quelli in Qatar di quest’anno dovrebbero produrre invece 3,6 milioni di tonnellate di CO2, anche se secondo gli organizzatori il torneo sarà a emissioni zero.

 

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Il caso Reading

Ha fatto molto notizia il Reading, club di Championship, divisione cadetta inglese. La loro nuova maglia, infatti, è realizzata interamente con bottiglie di plastica riciclata e mostra le strisce climatiche della città di Reading sin dalla fondazione del club (1871). “Non possiamo fare tutto, ma non possiamo non fare nulla“, aveva spiegato il club.
Per ridurre l’impatto climatico, alcuni club hanno scelto anche altre misure. Il Brentford, ad esempio, utilizzerà come prima maglia la stessa della scorsa stagione. Il Manchester United collabora con Carbon Neutral per compensare l’impatto delle 1.800 tonnellate di anidride carbonica prodotta durante i voli. E i rivali cittadini del City hanno scelto la giovane stella Phil Foden come protagonista di un video, ‘The End of Football’, in cui viene immaginato lo scenario catastrofico dell’ultima partita della storia del club a causa della mancanza di acqua.

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