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Cina, la tecnologia eco-meccanica che permette di trasformare i deserti in terreni coltivabili

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Mentre il mondo cerca di contrastare la desertificazione, in Cina è stata sviluppata una tecnologia eco-meccanica in grado di rendere coltivabili i deserti.

Sono ormai passati 27 anni dalla Convenzione Onu per la lotta alla desertificazione, ma da allora non ci sono stati risultati positivi. Ogni anno, in tutto il mondo, sono circa 60mila i chilometri quadrati di terreno sottoposti a desertificazione, mentre le aree desertiche sono ormai il 41% della superficie terrestre (dati Onu). Come se non bastasse, il vicesegretario dell’Onu, Amina Mohammed, in occasione dell’apertura dell’Agenda 2030, ha elencato un altro dato: il degrado del suolo causa un quarto delle emissioni globali di gas serra.

 

Come riporta anche il Corriere della Sera, finora sono stati tentati tre tipi di intervento per frenare la desertificazione. Il primo è ingegneristico (costruzione di barriere artificiali contro l’avanzata della sabbia), il secondo chimico (utilizzo di olio, bitume o plastica sulla sabbia per far solidificare lo strato superficiale) e il terzo è basato sull’orticoltura (piantumazione di piante psammofite). Nessuno, però, è riuscito a dare risultati efficaci. Dalla Cina, però, emerge un metodo che potrebbe funzionare in tutto il mondo e che, intanto, è finito sulle principali riviste scientifiche.

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A svilupparlo sono stati i ricercatori dell’Università di Chongqing, coordinati dal professor Zhijian Yi. La prima fase dello studio si è basata sull’analisi delle caratteristiche della sabbia, misurando la relazione tra le sue capacità meccaniche (come si muove in caso di vento e umidità) e le caratteristiche del suolo. La seconda fase, più sperimentale, si è protratta per quasi un decennio e si è basata su numerosi studi interdisciplinari. Il risultato è stato quello di far sì che la sabbia avesse le stesse caratteristiche di un terreno coltivabile, ‘impastandola’ con una cellulosa vegetale umida, non tossica, ecologica, economica, adatta alla produzione industriale e utilizzabile come additivo alimentare. Con una piccola quantità (tra l’1% e il 5% del volume di sabbia trattata), unita all’acqua, questa cellulosa può produrre un composto viscoso che può essere steso e mescolato col terreno con macchinari agricoli.

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La sperimentazione, iniziata cinque anni fa nel deserto di Ulan Buh, ha avuto esito positivo. La sabbia trattata con lo speciale miscuglio di acqua e cellulosa ha dimostrato di poter trattenere acqua, minerali, sostanze nutritive e aria, diventando così un habitat ideale per la crescita di vegetazione. Nell’area interessata, sono state coltivate con successo piante di riso, mais, patate dolci, ravanelli e colza. Le rese, in questo campo sperimentale, sono state superiori fino al 50% rispetto ai campi tradizionali coltivati nella stessa zona. Inoltre, nonostante l’erosione del vento e dell’acqua, la porzione di terreno sabbioso trattata non è tornata allo stato originale, mentre a tre mesi dal primo raccolto sono comparsi anche formiche, lombrichi, millepiedi e larve di insetti.

 

Secondo i ricercatori, l’applicazione di un metodo simile su vasta scala può non solo contrastare la desertificazione, ma anche favorire la coltivazione del suolo, la biodiversità e la lotta al cambiamento climatico. Ci sono però dei timori: lo sfruttamento eccessivo delle risorse idriche sotterranee, i cambiamenti climatici regionali e casi di biodiversità indesiderata. Solo una valutazione scientifica completa potrà dare risposte più precise sull’efficacia di questa tecnologia eco-meccanica.

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Sulla lotta alla desertificazione, comunque, la Cina resta un leader mondiale. Si pensi, ad esempio, alla riduzione del territorio del Deserto di Maowusu, nella Mongolia interna, che fino a non molti anni fa occupava circa 40mila chilometri quadrati e che, grazie alla coltivazione di palme e altri alberi in grado di resistere alle alte temperature e alla mancanza d’acqua, si è progressivamente ridotto.
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