chi inquina paga davvero

Nel corso degli ultimi anni si è andato delineando in tutto il mondo, a livello normativo, il principio secondo cui “chi inquina, paga”. Ma non sempre questo principio funziona al meglio. 

Quando nell’agosto 2020 la Wakashio si è incagliata sulla barriera corallina al largo delle Mauritius, nelle splendide acque dell’Oceano Indiano furono riversate mille tonnellate di petrolio. Un danno che successivamente fu stimato in 10 miliardi di dollari. La società proprietaria della nave, la giapponese Nagashiki Shipping, nel 2019 aveva registrato ricavi per 14 miliardi di dollari. Dunque, sebbene il pagamento per coprire i danni provocati all’ambiente era molto esoso, di fatto era possibile.

Quel pagamento, però, non è ancora avvenuto e forse non avverrà perché la società giapponese ha trovato un cavillo nell’intricato sistema normativo internazionale basato sul principio di “chi inquina paga”. Nel caso specifico il problema è la ratifica da parte del governo giapponese e di quello delle Mauritius di due versioni diverse della Convention on Limitation of Liability for Maritime Claims: le Mauritius hanno ratificato la versione del 1976, che limita i pagamenti a 18,7 milioni di dollari, mentre il Giappone ha firmato il documento del 1996 che prevede un limite massimo di 51 milioni di dollari. Altro che 10 miliardi, dunque.

Disastri ambientali, chi inquina paga davvero?

Si tratta solo di uno dei casi che mostra le falle del sistema e che rende di fatto impossibile far pagare a chi inquina i danni dell’inquinamento. Eppure in tutto il mondo si sta andando verso la direzione del principio normativo “chi inquina paga”. 

“Sul piano internazionale si cerca di arrivare a una quantificazione dei danni. E molti di questi sono anche difficilmente rimediabili”, ha spiegato al Corriere della Sera la professoressa Ilaria Lolli, docente di diritto pubblico dell’ambiente e dello sviluppo dell’Università di Pisa. “In Europa, eccezion fatta che per il riversamento di idrocarburi in mare, la direttiva 35 del 2004 stabilisce che il principio del ‘Chi inquina paga’ – quando si parla di tutela risarcitoria del danno – punti al ripristino. Ed è anche un ripristino molto articolato, che deve mirare alla resilienza dell’ecosistema, riportandolo a perpetuarsi nel tempo e offrire prestazioni (come il ciclo dell’acqua e cattura della CO2). La direttiva prevede poi che ‘chi inquina’ intervenga anche in maniera sostitutiva mentre l’ecosistema si ripristina”, ha spiegato ancora Lolli.

Al di fuori del continente europeo e quando in ballo c’è il diritto internazionale, però, le cose si fanno più complesse. E qui casca l’asino, perché al momento sebbene il principio sia riconosciuto più o meno ovunque è di complessa attuazione.

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