Un viaggio nella Chernobil del presente: il racconto del fotografo Tom Skipp

Il fotografo Tom Skipp ha visitato Chernobyl,  la vicina Pripyat e le zone abbandonate della regione, incontrando i figli di quel disastro: dagli operai che lavoravano nella zona del fallout, alla nuova comunità che vive e vi lavora oggi.n Ecco il suo racconto attraverso parole e soprattutto immagini.

Sono arrivato in Ucraina alla vigilia del 32esimo anniversario del disastro di Chernobyl. Non avevo intenzione di visitare la zona ma è diventata un’ossessione fino a quando non sono partito. Il mio arrivo a Kyev il 25 aprile del 2018 è stato magari un caso ma da lì ho sentito la necessità di andare direttamente dall’aereporto a Slavutych. Questa è la città che è stata costruita per rimpiazzare Pripyat e ospitare il personale evacuato dalla centrale di Cernyobil, dopo che è stata presa la decisone di continuare la produzione anche in seguito al  disastro. Tutta l’Unione Sovietica si mobilitò per aiutare la costruzione di quella che sarebbe stata l’ultima città atomica.

Liquidatori. Questo termine è diventato la mia ossessione. Erano le persone che hanno provato a limitare i danni del fallout nucleare di Chernobyl. Un nome con cui sono meno conosciuti è “le macchine verdi“, un riferimento al colore delle loro uniformi e al fatto che dove le macchine avevano smesso di lavorare a causa delle radiazioni loro non l’hanno fatto.

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Quello che ho visto a Slavutych alle ore 1:25 am, il momento in cui il reattore nucleare di Chernobyl esplose 32 anni fa, è stato un solenne sfogo di emozioni. I rappresentanti della chiesa, scienziati e membri dell’esercito si sono uniti per rendere onore a quel gruppo di persone che hanno combattuto una guerra invisibile contro l’atomo. Più tardi lo stesso giorno al museo cittadino, un gruppo di liquidatori veterani si sono uniti a me per un’intervista e una sessione fotografica. Dopo questo incontro sono andato a casa di un altro uomo, Iakov Mamedov:  “C’erano 12 persone nella mia ala dell’ospedale, solo 4 sono sopravvissuti. Gli altri sono stati semplicemente coperti e portati via”.

Sapevo che sarei dovuto andare nella zona vietata. Sono stato in contatto con il capo delle comunicazioni della centrale e alla fine hanno acconsentito a farmi accedere alla centrale e a fare delle foto. E’ molto facile entrare nella zona da turista, ci sono anche molti tour operator che organizzano visite di un giorno da Kyev, ma volevo andare da solo. Vitali è stato scelto come guida per organizzare il mio viaggio e per assicurarsi che non andassi dove non avrei dovuto. La zona di raggio di 19 miglia include il sito della centrale nucleare ma anche villaggi abbandonati, un campo vacanza per bambini, il radar militare Duga ed è abitato da un gruppo di persone chiamate “resettlers” (colonizzatori). Dopo l’incidente,la zona è stata completamente evacuata e ai locali era stato detto che sarebbero tornati alle loro case entro due o tre giorni. In realtà non è mai successo. Alcune persone decisero che valeva la pena correre il rischio di vivere in una zona radioattiva e decisero di tornare a casa.

Subito dopo essere entrato nella zona proibita, ho scoperto che il mio permesso di visitare la stazione era stato cancellato. Nello stesso giorno, nella città di Chernobyl – dove lavorano ancora 1500 persone,principalmente nella centrale – io e la mia guida siamo rimasti chiusi dentro il museo locale e siamo dovuti saltare dalla finestra per uscire. Poi ho bucato una gomma, che significa che l’ho dovuta cambiare sotto quella che paranoicamente consideravo “pioggia radioattiva”.

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La centrale nucleare – Chernobyl

Il centro del fallout nucleare, adesso ricoperto da un sarcofago di acciaio e cemento, può essere fotografato solo da un’angolazione, con i turisti che ordinatamente scendono dai loro bus per scattare la foto.

Intorno ci sono i laghi di raffreddamento pieni di pesci enormi. Una volta venivano allevati per nutrire gli orsi che avrebbero fornito le pelli per la locale industria di conciatura ma dopo l’incidente le pelli erano troppo contaminate per essere usate e i pesci si è preferiti lasciarli perdere.

Le persone che lavorano alla centrale elettrica locale lo fanno di solito a intervalli di 10 giorni, come guardie di sicurezza, addetti ai monitor e per altri servizi. Il resettler Vasiliy Semoynovych Razumenko abita nella sua casa nella zona vietata. Vasiliy dichiara di avere 113 anni, anche se i registri indicano che ne abbia “solo” 95. Lavorava in un cantiere navale a Odessa: “Dì loro che questo vecchio bastardo è ancora vivo”, sono state le sue parole, dette con evidente difficoltà “dillo agli uomini del cantiere, dì loro che Vasiliy respira ancora”.

Hanna si è presa cura della sua sorellina Sonya da quando è nata. Vivono coltivando un piccolo pezzo di terra e con il cibo portato loro dalla polizia militare e dai turisti.

Pripyat

Pripyat è la città più vicina alla centrale nucleare. Era un luminoso esempio della modernità sovietica, con scienziati nucleari che la visitavano ogni anno. Nel centro della città ora abbandonata si trova il parco di divertimenti che sarebbe dovuto essere aperto il primo maggio del 1986. La ruota panoramica arrugginita è diventato il simbolo iconico della dystopia di Chernobyl.

E’ incredibile trovarsi in un posto in cui tutto è congelato al momento del disastro e dove niente deve essere toccato per via delle radiazioni.

I Dintorni

La zona proibita è grande circa 1000 miglia quadrate. Da quest’area sono state evacuate circa 91mila persone. Dentro la zona c’era una base militare segreta che conteneva parte del sistema di radar Duga, un sistema sovietico di difesa missilistica.

La zona che mi ha interessato maggiormente è stata il campo vacanza dei bimbi che giace abbandonato appena fuori della strada principale. Non ho mai visto molte fotografie di quella zona prima di adesso, ma sembra raccogliere la somma delle migliaia di vite innocenti che sono state colpite dall’incidente di Chernobyl e le ragioni dell’incredibile sacrificio dei liquidatori.

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Quello che all’inizio mi pareva un sacrificio inutile, ha iniziato ad avere senso in questo paradiso Sovietico abbandonato.

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