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CATALOGNA, RAJOY “IL VOTO NON CI SARA'”. MA LA PROTESTA SI ALLARGA

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Redazione Teleambiente on line

Madrid. Il primo ministro conferma: “Il Referendum è illegale e non si farà. Ogni illegalità avrà la sua risposta“. Il giorno dopo l’irruzione della polizia nella sede del Governo della Catalogna, il Governo di Madrid non intende far marcia indietro e mostra i muscoli, nonostante la massiccia mobilitazione dei cittadini che continuano a presidiare i centri nevralgici di Barcellona, dando vita a manifestazioni spontanee di protesta.

Il punto adesso è: la linea dura bloccherà il referendum del 1 ottobre?

E cosa potrebbe accadere davanti ad un voto che sarebbe chiaramente per l’indipendenza?

La risposta alla seconda domanda è stata già data dalla autorità della Catalogna.

Secondo la Generalitat il risultato sarà vincolante e immediato.

In caso di vittoria del sì, in 48 ore verrà proclamata la Repubblica catalana e entrerà in vigore la legge di transitorietà, che si propone di passare dalla legalità spagnola a quella catalana. Dopodiché, verranno indette elezioni costituenti. In caso (poco probabile) di vittoria del no, verranno convocate elezioni regionali.  

Ecco che quindi appare fin troppo chiaro l’obiettivo di Madrid di non far tenere in nessun modo la consultazione. Così come appare fin troppo chiaro che se non scatterà una mediazioni tra le parti, il 1 ottobre potrebbe rivelarsi un giorno nerissimo per la democrazia spagnola e europea, e non  solo per Madrid e per la Catalogna.

Intanto le cancellerie europee guardano con il fiato sospeso l’evolversi degli avvenimenti.

E’ chiaro anche ai meno attenti, che la vicenda indipendentista non potrà essere circoscritta alla sola Catalogna.

In giro per l’Europa esistono almeno una cinquantina di situazioni analoghe e che per adesso covano pericolosamente sotto la cenere.

La Gb ne ha in casa ben cinque (Galles, Cornovaglia, Irlanda del Nord, Scozia oltre alle isole Jersey), la Francia ha la Corsica, L’Alsazia e la Lorena, la Germania la Baviera.

La stessa Italia non può certo rallegrarsi del processo indipendentista, dovendo confrontarsi con le storiche aspirazioni del Trentino Alto Adige, della Val d’Aosta, della Sardegna, mentre sono annunciati referendum consultivi in Lombardia e Veneto, con la Sicilia che non resterà a guardare.

Insomma, tutti noi dovremmo guardare ai fatti spagnoli utilizzando le stesse lenti che ci fanno ben vedere e valutare la situazione che potrebbe ben presto esplodere a casa nostra.

 

I FATTI DI IERI

Ieri mattina veniva arrestato Josep Maria Jové, braccio destro del vice presidente catalano, insieme ad altre 11 persone tra funzionari ed esponenti del governo locale. Inoltre venivano effettuate le perquisizioni da parte della Guardia Civile nazionale negli uffici dell’esecutivo di Barcellona. Lo riferiva un portavoce della Generalitat: “La polizia militare è entrata nei dipartimenti affari economici, esteri e della presidenza dell’esecutivo regionale”. La Guardia Civile si è anche introdotta nel Centro Telecomunicazioni regionale.

Davanti alla Generalitat si radunavano  decine di manifestanti per protestare contro l’azione dei militari. Mobilitaizone che andava avanti per tutta la giornata e fine a notte tarda

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha difeso la decisione dell’esecutivo: “Il governo tutela i diritti di tutti gli spagnoli”, ha dichiarato in Parlamento, “i giudici si sono espressi contro il referendum, come democrazia abbiamo l’obbligo di far rispettare la sentenza”.
Su Twitter ha risposto all’arresto del suo braccio destro il vicepresidente catalano Oriol Junqueras: “Stanno attaccando le istituzioni di questo paese, quindi i cittadini. Non lo permetteremo”.

La sindaca di Barcellona Ada Colau ha definito “scandaloso” quanto sta succedendo nella città: “È uno scandalo democratico che si perquisiscano le istituzioni e si arrestino cariche pubbliche per motivi politici. Difendiamo le istituzioni catalane”.

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