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Il carbone non è più un affare? Non per la Cina e l’India

Tra l’inizio del 2018 e giugno 2019, la Cina ha incrementato di 43 GW la capacità delle proprie centrali, dando così energia a 31 milioni di case.

Un notevole incremento che va contro la politica mondiale di decarbonizzazione.

Nello studio ‘Out of Step’, gli autori Christine Shearer, Aigun Yu e Ted Nace, evidenziano come questo aumento sia figlio di una manovra politica adottata tra il 2014 e il 2016 quando Pechino delegò il potere di autorizzare nuove centrali alle autorità provinciali, che erano fortemente incentivate a raggiungere determinati obiettivi economici fissati su scala locale.

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In questi due anni, c’è stato un vero e proprio boom di progetti per una capacità di 245 GW, che hanno alimentato artificiosamente un settore già ipertrofico.

Ad oggi, in Cina, tra impianti in fase avanzata di costruzione e progetti temporaneamente sospesi (anche se sono destinati alla riapertura), ci sono circa 148 GW di carbone in cantiere.

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Per meglio renderci conto della cifra di cui parliamo, basta pensare che in tutta Europa, per lo stesso combustibile fossile, ci sono 150 GW.

Per rispettare le indicazioni dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite,  per limitare l’aumento medio delle temperature terrestri sotto i 2°C entro la fine del secolo, la Cina dovrebbe ritirare la maggior parte delle sue centrali a carbone.

Secondo il Global Energy Forum, la Cina dovrebbe scendere dal “tetto” attuale di 1.100 GW a 600 GW o anche mento entro il 2030.