Roma. Se ne parla ormai da trent’anni. Ancora nessuna soluzione concreta al problema della manodopera irregolare, soprattutto nel Sud Italia. Una manodopera i cui frutti finiscono anche sulle tavole degli italiani.

Nel 2015 fa furono aperte le indagini sulla morte nelle campagne del Salento di Abdullah Muhamed, il sudanese di 47 anni, lavoratore presso un’azienda agricola di Nardò e deceduto per il caldo eccessivo mentre raccoglieva pomodori, sprovvisto di beni primari come acqua o guanti.

Da qui l’accusa di caporalato e omicidio colposo della pm di Lecce Paola Guglielmi al datore di lavoro e il titolare di fatto dell’azienda.

Una vicenda che non si è ancora conclusa.

I Ros di Lecce hanno recentemente scoperto che quei pomodori, partiti dell’azienda in cui lavorava Abdhullah, passavano alla fase di trasformazione nelle principali aziende d’Italia come la Coserve Italia (gruppo che include anche il marchio Cirio) nella provincia di Brindisi o la Fiordiagosto di Oliveto Citra (Salerno), cui fa capo il gruppo Mutti.

A un anno dalla legge anti caporalato, in ricordo di Paola Clemente, altra vittima delle campagne di Andria, le condizioni di lavoro dei braccianti sono ancora disumane.

Dalla dichiarazione della Procura di Lecce sulla vicenda Abdullah, i lavoratori “erano sottoposti a ritmi sfiancanti di 10-12 ore al giorno di lavoro, spesso in nero, in condizioni atmosferiche e climatiche usuranti, senza il riposo settimanale e le pause”, sottopagati e senza prevenzioni per gli infortuni sul lavoro.

Una vicenda che coinvolge anche le multinazionali per la vendita del prodotto, che per la procura di Lecce però “non hanno responsabilità penale”.

Insomma, il pomodoro degli “schiavi” arriva dritto nei supermercati e il consumatore non sa nulla.

I “giganti del pomodoro” si dicono all’oscuro di tutto.

A sua difesa, Conserve Italia ha spiegato che i loro contratti prevedono “obblighi a cui i fornitori sono tenuti, tra cui quelli per la sicurezza sul lavoro e per gli immigrati”. Ha sottolineato di non potersi “sostituire all’attività di controllo degli ispettori Inps, della Guardia di Finanza e dei Carabinieri. Anche per Mutti “il vero problema è a livello di sistema, servono più controlli delle forze dell’ordine”.

 

Un passo avanti nei giorni scorsi con il via al decreto Coldiretti per l’obbligo di origine in etichetta per pomodori e confezioni di derivati.

Il punto è, può bastare una semplice autocertificazione per risolvere il problema?

Teleambiente ha voluto sentire cosa ne pensa il presidente dell’associazione No Cap, contro il caporalato, Yvan Sagnet, a capo del primo sciopero dei braccianti a Nardò nel 2011.

“Alla base del problema c’è la tracciabilità della filiera dei prodotti che vanno dal campo alle nostre tavole. Serve un sistema vero di certificazione della qualità, che permetta al consumatore di distinguere il prodotto buono da quello che si macchia di sfruttamento – ha dichiarato -. C’è bisogno di una legge sulla certificazione etica. Bisogna fare una battaglia culturale, l’essere umano è sempre passato in secondo piano.”

Sagnet ritiene le multinazionali le “vere responsabili”, dato che “impongono un prezzo basso al produttore, per cui questo sarà costretto a chiudere o ad usare il caporalato. È difficile imporre un prezzo minimo, ci stiamo provando ma la politica europea non lo accetta.” Ha aggiunto che “le multinazionali sfruttano l’autocertificazione del produttore. Sono loro a dover fare i controlli al fornitore, non lo Stato. Ci sono pomodori che arrivano dalla Cina e non si conoscono le condizioni del lavoratore, solo chi si rivolge ai fornitori può fare verifiche mirate.”

Sui giganti della distribuzione, ha dichiarato: “Si fanno concorrenza sul prezzo più basso, così tutta la filiera va in quella direzione e a pagare sono solo i lavoratori. Solo il consumatore finale può cambiare le cose, se dispone di un bollino di distinzione dei prodotti”.

La No Cap porta avanti una battaglia per “denunciare i marchi che si vantano di essere esempio di responsabilità sociale”. Per un cambiamento “serve l’aiuto di tutti, della politica, dei consumatori e anche delle stesse imprese.”

 

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