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Caro-bollette, la Shell chiede ai governi di essere tassata per aiutare i più poveri. Greenwashing o svolta?

capo della shell dice di tassare le aziende energetiche

L’amministratore delegato della Shell Ben van Beurden ha aperto alla possibilità di aumentare le tasse alle aziende energetiche per poter aiutare i cittadini vessati dal caro-bollette

Con la crisi energetica le compagnie del gas e del petrolio si arricchiscono e i cittadini pagano il conto. La soluzione? Tassare le compagnie energetiche e con quei soldi aiutare le famiglie più povere per rispondere al caro-bollette. A fare questa proposta è stato, in maniera del tutto inaspettata, l’amministratore delegato della Shell Ben van Beurden.

Il Ceo di Shell è nella fase finale del suo mandato (scadrà nel 2023) e in una conferenza sull’energia a Londra ha dichiarato: “In un modo o nell’altro è necessario un intervento del governo. Proteggere i più poveri, questo probabilmente potrebbe significare che i governi devono tassare le persone in questa stanza per pagarlo. Penso che lo dobbiamo accettare in quanto parte della società: può essere fatto in modo intelligente oppure non troppo intelligente. C’è una discussione da fare a riguardo, ma penso che sia inevitabile”.

Tassare le aziende del gas e del petrolio contro il caro-bollette

La soluzione inevitabile di cui parla van Beurden è la tassazione degli extraprofitti decisa dall’Unione europea con la quale l’esecutivo dell’Ue vuole tassare i profitti inaspettati effettuati dalle compagnie petrolifere e del gas grazie alla crisi energetica e dirottare i fondi verso famiglie e imprese in difficoltà. Ursula von der Leyen & Co. sperano di raccogliere 140 miliardi di euro attraverso questi prelievi.

Greenwashing o svolta epocale? Nessuna delle due

Le parole di van Beurden rappresentano qualcosa di importante ma non quel cambiamento che, in un primo momento, si era creduto di aver letto nel discorso del CEO uscente della Shell.

Un portavoce della compagnia petrolifera e del gas, dopo le parole di Van Beurden, ha chiarito che il capo della Shell – che guadagna più di 8 milioni di dollari all’anno – quando parlava della necessità dei governi di imporre nuove tasse si riferiva alle aziende e non ai privati. 

Dunque quella del numero 1 della Shell è solo un’accettazione dello status quo, perché di tassare le aziende che si stanno arricchendo con la crisi energetica si parla ormai da tempo e almeno all’interno dell’Unione europea è cosa fatta.

Allo stesso tempo, però, si tratta di una piccola svolta. Perché fino allo scorso maggio Shell si opponeva a un “prelievo sui profitti energetici” nel Regno Unito (e quindi anche nel resto dei Paesi in cui opera) sulla base del fatto che creava “incertezza” sugli investimenti. 

 

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