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Cannabis alimentare, arriva l’ok del governo: ecco l’elenco dei cibi regolamentati

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Finalmente regole chiare per i cibi a base di cannabis: pubblicato nella Gazzetta Ufficiale l’elenco dei cibi e il limite massimo di Thc nei derivati della canapa.

Bevande vegane, biscotti, taralli, ricotta, tofu, farina, birra: con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale – la numero 11 del 15 gennaio 2020 – del decreto che fissa la quantità massima di tetraidrocannabinolo, scattano regole chiare per tutti i prodotti alimentari derivati dalla cannabis sativa.

Due milligrammi per chilo il limite massimo di Thc nei semi di canapa, nelle farine derivate e negli integratori contenenti derivati dalla canapa, mentre nell’olio ottenuto dai semi il tetto è di 5 milligrammi.

L’elenco dei cibi regolamentati è riportato nell’allegato al decreto e sarà aggiornato periodicamente, sulla base di nuovi ritrovati. Il decreto del ministero della Salute – molto atteso dagli operatori – disciplina soltanto uno dei comparti legati alla canapa, una coltivazione che negli ultimi dieci anni ha visto crescere in maniera esponenziale gli investimenti, con terreni passati dai 400 ettari del 2013 ai 4mila del 2018.

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Rimangono vaghi, invece, i contorni di regolamentazione degli altri derivati, che in Europa rappresentano un giro di affari potenziale stimato in 36 miliardi di euro al 2021, visto il crescente interesse da parte dei settori più disparati, tra cui farmaceutica, cosmesi, alimentare, packaging, edilizia, design.

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Dopo lo stralcio dell’emendamento sulla liberalizzazione della cannabis dal Ddl Bilancio, gli operatori insistono nel chiedere a gran voce un intervento legislativo che regolamenti in maniera chiara il comparto, nel rispetto dei principi costituzionali, dopo la sentenza emessa a fine maggio dalla Cassazione sull’applicabilità della legge 242/2016.

Ora la filiera tutta chiede regole e limiti chiari, che delineino i contorni di liceità e mettano produttori e commercianti al riparo dalle azioni della magistratura. Per Coldiretti la canapa rappresenta «il ritorno di una coltivazione che fino agli anni Quaranta era più che familiare in Italia, tanto che il Belpaese – con quasi 100mila ettari – era il secondo maggior produttore di canapa al mondo (secondo soltanto all’Unione Sovietica). Il declino è arrivato per la progressiva industrializzazione e l’avvento del boom economico, che ha imposto sul mercato le fibre sintetiche, ma anche dalla campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha gettato un ombra su questa pianta».

Attualmente il settore conta mille shop su tutto il territorio nazionale; 800 partite Iva agricole specializzate; 1.500 nuove aziende di trasformazione e distribuzione, diecimila addetti.

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