Le tribù isolate della Foresta amazzonica rischiano di scomparire a causa del comportamento del governo brasiliano, che non sta facendo nulla per impedire le invasioni illegali nelle riserve protette.

Yanomami Davi Kopenawa, leader della tribù Yanomami, ha parlato dei rischi a cui sono sottoposte le tribù indigene in Brasile all’apertura della 43° sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra il 2 marzo.  Indossando i tradizionali vestiti e parlando nella lingua Yanomani, Kopenawa ha espresso le sue preoccupazioni per il futuro della tribù Moxihatetea, un gruppo di indigeni che vive nello Yanomami Park, una riserva indigena isolata in Brasile al confine con il Venezuela.

Amazzonia, l’emergenza continua: deforestazione in aumento. Ecco i dati

La tribù Moxihatetea è vigile e vuole tenere lontano i bianchi. Non sanno chi sono i cercatori d’oro ma non vogliono che si avvicinino Fuggono in profondità nella foresta per allontanarsi da loro. I cercatori d’oro rubano il loro cibo. La tribù ha provato a respingerli con arco e frecce ma i cercatori hanno le pistole. I Moxihatetea hanno cercato di spostarsi lungo il fiume Catrimani ma sono stati circondati. Non li conosco personalmente ma ho visto le loro capanne sorvolando l’area. Sono molto preoccupato perché rischiano di essere sterminati. Non c’è dubbio che verranno uccisi dalle armi o dalle malattie, malaria, polmoniti. Gli indiani non hanno armi per proteggersi. Verranno uccisi tutti”.

Le incursioni contro la tribù sono iniziate nel 2017 quando l’agenzia governativa FUNAI, a causa di tagli al budget, ha dovuto togliere la protezione alla tribù, aprendo all’invasione di minatori e invasori. Rispondendo alla proteste FUNAI ha promesso di riaprire i posti di guardia ma ormai potrebbe essere troppo tardi. Il Brasile ha 115 gruppi di indigeni isolati, più di qualsiasi altra nazione latinoamericana. Di questi, solo per 29 ne è stata confermata l’esistenza mentre altri 86 sono in fase di studio. Antonio Oviedo, rappresentante del Socioenvironmental Institute, ha spiegato che 33 anni fa FUNAI ha deciso che per preservare l’esistenza di queste tribù sarebbe stato fondamentale isolarle dal resto del paese, una decisione ritenuta un successo. Ma ora sotto la presidenza di Jair Bolsonaro, FUNAI sta modificando queste decisioni senza il parere degli indigeni. Questa decisione è stato confermata dal recente affidamento dell’unità indiani isolati a Ricardo Lopes Dias, un missionario evangelico famoso per il suo estremismo.

Amazzonia, assassinato un ragazzo indigeno di 15 anni

Secondo Fiona Watson di Survival International, una ONG che lavora con le popolazioni indigene di tutto il mondo, “Ricardo Lopes Dias è collegato alla New Tribes Mission, una delle organizzazioni evangeliche più estreme del mondo, che non nasconde l’obiettivo di entrare in contatto e convertire tribù isolate. La politica di riferimento del Brasile, che proibisce di forzare il contatto con gli indigeni isolati, rischia di essere invertita. Le conseguenze saranno catastrofiche poiché queste persone vulnerabili non sono immuni a malattie comuni come l’influenza e il morbillo: qualsiasi contatto potrebbe spazzarle via completamente”. Lopes Dias ha negato di avere piani per convertire le tribù al cristianesimo spiegando che non intende “promuovere l’evangelizzazione degli indigeni”.

Le organizzazioni per i diritti umani sono profondamente preoccupate per quello che sta facendo il governo di Bolsonaro agli indigeni, in particolare alle comunità isolate. Laura Greenhalgh di Arn Commission ha spiegato che la sua organizzazione vuole chiedere alla Corte penale internazionale di aprire un’inchiesta sugli attacchi di Bolsonaro alle comunità indigene, sostenendo che le politiche del presidente stiano mettendo le tribù a rischio “genocidio”. Un report rilasciato da ISA, Arns Commission e Conectas-Human Rights fornisce le prove di queste evidenze: “Dall’entrata in carica di Bolsonaro il 1 gennaio 2019, il Presidente ha preso decisioni che hanno frammentato le politiche ambientali del Brasile e aperto la foresta pluviale ad attività illegali che hanno portato alla violazione dei diritti degli indigeni. Di tutte le istituzioni colpite dal presidente, FUNAI è stata quella maggiormente colpita”.

Secondo il report FUNAI era già in crisi prima dell’arrivo del Presidente e mal preparata a gestire il taglio del 90% dei fondi. “Questo taglio, insieme ai massicci cambiamenti nella struttura dell’organizzazione, hanno bloccato qualsiasi attività”. Il risultato è un aumento drammatico della deforestazione. Nei territori indigeni sono stati abbattuti 42,679 ettari tra agosto 2018 e luglio 2019, un aumento dell’80% rispetto all’anno precedente. E gli indigeni, da sempre considerati come i guardiani della foresta, stanno avendo difficoltà a difendere le proprie terre in quanto gli invasori hanno il supporto delle autorità. L’aumento della deforestazione ha messo particolarmente a rischio le riserve isolate, nelle quali sono stati abbattuti 21,028 ettari sono nel 2019, un aumento del 114% rispetto al 2018 e del 363% rispetto al 2017.

La riserva Yanomami è stata quella maggiormente colpita, in quanto la deforestazione è cresciuta del 1,686% rispetto l’anno precedente; stessa cosa è avvenuta nella riserva Ituna/Itata, nella quale è stato abbattuto il 656% degli alberi rispetto al 2018. Entrambi i territori sono stati aggressivamente colpiti dagli invasori. Secondo il report solo nel territorio Yanomami sono state chieste 536 licenze per l’estrazione di minerali mentre è cresciuto il numero di allevamenti illegali nella riserva Ituna/Itata. Bolsonaro inoltre sta portando avanti al Congresso una legge che se approvata potrebbe aprire definitivamente le riserve all’industrializzazione.

Le cose potrebbero anche peggiorare. Secondo una simulazione se la deforestazione dovesse continuare ad essere abbattuta fino al 2039, le 78 riserve protette potrebbero perdere fino a 6,030,376 ettari di foresta. Nello scenario peggiore tutte le foreste spariranno, portando a termine il genocidio degli indigeni. FUNAI e il ministro dell’ambiente brasiliano si sono rifiutati di rispondere alle accuse mentre Maria Nazareth Farani Azevedo, ambasciatrice del Brasile alle Nazioni Unite sostiene che alcune informazioni siano state riportate erroneamente.

Bolsonaro offre fondi agli indigeni. Raoni Metuktire: “Non vogliamo miniere e dighe nella foresta pluviale”

Davi Kopenawa ha però risposto a queste dichiarazioni: “I bianchi non possono distruggere la nostra casa, non possono fare come per il resto del mondo. Ci prendiamo cura della foresta per tutto il mondo, non solo per noi. Lavoriamo con gli scienziati che comprendono a pieno questi problemi e hanno le conoscenze per risolverli”. Secondo gli scienziati la recente deforestazione ha spinto la Foresta amazzonica al suo punto di non ritorno. Un ulteriore abbattimento della foresta rischia di trasformare l’Amazzonia in una savana, distruggendo l’economia del Brasile e rilasciando una gran quantità di carbonio nell’atmosfera che, insieme ad altri fattori, potrebbe spingere il mondo sull’orlo della catastrofe.

Articolo precedenteAnimali, 1000 avvoltoi avvelenati in Africa: ora la specie rischia l’estinzione
Articolo successivoTigri, più di 8000 esemplari sono in gabbia. Solo 3900 in libertà