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Dagli scarti di lavorazione del pesce nasce una nuova bioplastica

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Presentata all’American Chemical Society una nuova plastica biocompatibile basata su olio e scarti di pesce. Il progetto, realizzato da un team di ricercatori canadesi coordinati da Francesca Kerton, chimica verde alla Memorial University di Newfoundland, sta già raccogliendo l’interesse di vari investitori internazionali.

La nuova bioplastica, figlia della cultura del riciclo e di un pensiero ecologico poggia su solide leggi della chimica.

Nell’isola canadese di Terranova, dove si trova il laboratorio dei ricercatori, l’allevamento ittico del salmone atlantico è uno dei settori economici più attivi e ogni giorno, centinaia di chili di pesce vengono trattati e poi venduti a tranci nei mercati della regione.

Il team hanno deciso di dare nuova vita agli scarti come lische, squame e interiora, trasformandole in una nuova plastica biocompatibile.

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“Il nostro metodo – ha spiegato Francesca Kertonparte dall’olio di pesce derivato da questi scarti a cui viene aggiunto ossigeno per formare epossidi”.

Gli scienziati hanno prima fatto reagire i prodotti con anidride carbonica e ammine (composti componenti azoto) ottenendo un materiale del tutto simile a quelli plastici tradizionali: elastico, dalle buone proprietà meccaniche (proprio come il poliuretano), ma soprattutto non inquinante e biodegradabile.

“Ciò che facciamo – ha aggiunto la dottoranda Mikhailey Wheeler, co-autrice del progetto – è riutilizzare avanzi destinati alla discarica trasformandoli in un prodotto di cui tutti hanno bisogno”.

Essendo ottenuta dagli scarti di pesce, la plastica inizialmente ha una lievissima traccia di odore che però sparisce completamente man mano che il processo di sintesi va avanti.

“Non abbiamo ancora dati certi – dichiarano – ma vista la presenza degli acidi grassi nell’olio di pesce che ne favoriscono la biodegradazione, credo che nel giro di un anno a contatto con acqua marina questo materiale potrebbe scomparire completamente”.

Dati nettamente inferiori agli anni che impiegano sacchetti e bottiglie di plastica tradizionale: che va dai 20 a 450 anni.

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La versatilità della plastica ha fatto aumentare la sua produzione dagli 1.5 milioni di tonnellate del 1950 agli attuali 368 milioni.

Ogni anno, a causa di una filiera del riciclo quasi inesistenti, circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare mentre i processi di lavorazione, liberano in atmosfera anidride carbonica e altri inquinanti tossici.

“La vera sfida che abbiamo davanti – ha concluso Kerton – sarà cominciare a ripensare la plastica con un’attenta pianificazione del suo impatto ambientale, dall’inizio alla fine del suo ciclo-vita”.

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