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Place, il programma di Eni per trasformare i pozzi dismessi in oasi di biodiversità

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Biodiversità. Chi ha detto che la sostenibilità ambientale passa solo dalla preservazione degli ambienti boschivi, si sbaglia.

È fondamentale anche il benessere delle nostre acque. È proprio per salvaguardare l’economia blu, che Eni ha lanciato il progetto Place per investire nella riduzione dell’impatto ecologico delle piattaforme offshore esistenti quando esse terminano lo sfruttamento dei giacimenti di greggio o metano.

Il tutto con l’ottica di lasciare l’area così come si è trovata. La parola ‘Place’ va intesa come un acronimo per “Offshore Platform Conversion for Eco-Sustainable Multiples Use”. Ovvero, come riutilizzare i siti che hanno terminato la loro vita produttiva.

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Nell’Adriatico, ci sono circa 100 piattaforme che vengono utilizzate per l’estrazione di gas, ma che una volta terminato il loro ruolo di produzione, diventano un ‘problema’.

Alcuni giacimenti, come quello di Ravenna, hanno finito la loro vita produttiva, e devono essere riconvertiti.

Come è possibile evitare un disastro ambientale e contemporaneamente evitare di lasciare una struttura inutilizzabile al largo delle nostre coste? La risposta arriva dalla biodiversità.

A Ravenna, la cozza locale, nata e cresciuta sulle piattaforme Eni, tutelata dallo speciale sistema di protezione di questi siti, è divenuta una specialità culinaria a cui è dedicata una festa che si tiene ogni anno a fine giugno.

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Il progetto di Eni punta dunque a rendere le sue piattaforme come dei laboratori per la preservazione della biodiversità.

E i numeri testimoniano un impegno non irrilevante.

La società di San Donato Milanese ha un piano di de-commissionamento che riguarda 33 strutture per circa 150 milioni di euro in tre anni.

Il primo esempio è stato dato dalle piattaforme Regina e Armida, vicino Ravenna.

Qui si è utilizzato Key Manhattan, il mezzo navale per smantellare i siti petroliferi, affittato all’uopo.

Sono tre infatti i pilastri scientifici su cui si basa il progetto.

Come spiega la stessa Eni, il primo riguarda “la tecnologia di accrescimento minerale come strategia di estensione di vita per il riutilizzo delle piattaforme offshore”.

Vale a dire, rendere il mare più carico di sali minerali, tramite lo sfruttamento dell’elettrolisi tipico dell’acqua con la conseguenza di arricchire l’Adriatico.

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Secondo, spiega Eni, sono in previsione “soluzioni innovative di acquacoltura integrata di molluschi e oloturie, che da un lato forniranno prodotti preziosi e dall’altro miglioreranno l’impatto ecologico dell’allevamento ittico”.

Terzo, Eni pensa di utilizzare le piattaforme per “sistemi di supporto per la valutazione della sostenibilità ecologica delle attività della piattaforma multifunzione”.

In altre parole, un laboratorio galleggiante.

E il primo esempio di questa struttura integrata di riconversione è la piattaforma Viviana, al largo di Scerne e Roseto degli Abruzzi, nelle Marche.

Il primo prototipo di Place, con il Politecnico delle Marche, per capire come riutilizzarla in un’ottica di economia circolare.

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Il tutto per aumentare la biodiversità, ma anche per impattare in modo positivo sull’ambiente.

Un progetto, quello di Eni, che rientra nell’ambito della

strategia europea di salvaguardia degli ambienti naturali e della lotta contro l’emergenza climatica. Come spiega la compagnia, infatti, il progetto in corso “contribuirà a una migliore gestione complessiva dell’oceano, secondo i tre obiettivi della Marine Knowledge 2020 COM (2010) 461 della Strategia Europea 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”.

Un programma ambizioso, ma che si è reso necessario nel piano di de-commissionamento e rivalutazione dei pozzi esistenti.

Oltre ai 33 pozzi da chiudere, infatti, ci sono altri 15 pozzi da dismettere.

E questi possono diventare dei centri, da un lato, per l’utilizzo di energie rinnovabili dal moto ondoso e, dall’altro, per preservare la biodiversità che nel frattempo si è sviluppata lungo i bracci delle piattaforme.

 

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