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Il bambù è la vera alternativa alla plastica, vive 100 anni e restituisce il 25% in più di ossigeno

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È il bambù la vera alternativa alla plastica. Parola di Paolo Bruschi. Ex vice direttore generale di Poste Italiane e relazioni esterne di Fininvest e Omnitel (con la sua agenzia di comunicazione), dopo una carriera manageriale ha deciso di  tornare alla natura per far crescere un bosco di bambù alle porte di Ferrara.

Il bambù – spiega – oltre a darci una mano con il clima, è l’alimento sano del futuro, rigorosamente biologico e tutto italiano.

In diverse interviste, Bruschi ha raccontato di aver “cercato un’attività che mettesse insieme ambiente ed economia. L’ho trovata nell’agricoltura sostenibile e nel bambù – ha detto – la vena ambientale era presente fin da ragazzo, così ho deciso che era giunto il momento di metterla in pratica. Volevo lasciare qualcosa di concreto, come un bosco, una doppia eredita per i nostri figli ma un piccolo contributo anche per le generazioni future. E piantando bambù, entro cinque anni, avrò creato un bosco di 180.000 piante alle porte della città”.

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“Una pianta miracolosa”, così Paolo Bruschi definisce il bambù.

“È l’unica grande alternativa alla plastica, perché ha durezza, elasticità e malleabilità – spiega – con il bambù si può fare quasi tutto quello che viene fatto con la plastica. I germogli di bambù, poi, oltre che buonissimi sono tra gli alimenti più utili in un’alimentazione sana, un alimento spettacolare, apprezzato ovunque. L’unico problema, è che non ce ne sono tanti perché i bambuseti iniziano a produrre dopo 5 anni e in Italia il mercato del fresco è assente, quello che c’è è d’importazione”.

Il bambù, è una delle piante che assorbe più CO2 al mondo, più di un bosco normale.

Vive fino a 100 anni e in 5 anni, in un ettaro di ‘bosco di bambù’ arrivano ad esserci 30 mila piante che incorporano molta CO2 e restituiscono ben il 35% in più di ossigeno rispetto ad un albero imponente.

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Bruschi ha piantato il suo primo bambuseto circa un anno fa e oggi contra tre ettari e mezzo di bambù.

 “La principale tipologia è il moso, il bambù gigante, molto resistente, con una capacità di crescere tra i 13 e 18 metri in circa cinque anni – racconta l’ex manager – la seconda tipologia è il dulcis, una tipologia adatta per i germogli ad uso alimentare. Inoltre abbiamo tenuto mezz’ettaro libero per dare spazio alla biodiversità e vedere come interagisce con il bambuseto circostante. In autunno poi pianteremo quattro ettari di madake, una tipologia più legnosa adatta per le costruzioni. In questo spazio libereremo qualche centinaio di galline e anatre per usarle per controllare erbacce e insetti. Avremo poi anche l’apicoltura. L’idea è una coltivazione davvero integrata, il mio vero pallino”. 

Nel suo bambuseto non viene assolutamente utilizzata la chimica. A ripulire il terreno dagli insetti ci pensano le anatre mentre il trifoglio nano fa felici le api.

 “L’obiettivo è quello di unire l’attività agricola a un’attività economica che sia al contempo un’attività ambientale – conclude Paolo Bruschi – ho fatto altro nella vita e avevo voglia di lasciare qualcosa di importante in eredità, ai miei figli e alla città: un bosco. Ho 65 anni, ho energia e voglia di fare qualcosa che sia, da una parte, un ritorno alle origini e alla terra, e che dall’altra si colleghi a un mondo che sta cambiando e che ha bisogno di un’imprenditoria green che vada nella direzione del rispetto dell’ambiente e della biodiversità. Sono convinto che il bambù risponda a tutte queste caratteristiche”.

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