Home Animali Aviaria, primo caso in Australia: contagiata una bambina di due anni

Aviaria, primo caso in Australia: contagiata una bambina di due anni

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Intanto, in Messico c’è stato un primo decesso (sospetto e apparentemente non confermato). Negli Stati Uniti vengono accertati i primi casi nei topi e l’epidemia sta dilagando nelle mucche. Su come prepararsi, però, virologi ed epidemiologi hanno opinioni contrastanti.

Primo caso di influenza aviaria H5N1 nell’uomo in Australia: lo ha confermato ufficialmente l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), spiegando che si tratta di una bambina di due anni e mezzo, ricoverata in ospedale a Melbourne ma in buone condizioni di salute. Anche se mancano certezze, ci sono forti sospetti che il contagio sia avvenuto in India, dove la piccola aveva viaggiato nello scorso febbraio e dove il virus era già stato rilevato negli uccelli.

Aviaria, per l’Oms “rischio basso”

Al momento, nonostante i primi contagi accertati in diverse parti del mondo, l’Oms ha classificato come basso il rischio per la popolazione generale. Il virus dell’influenza aviaria, nell’uomo, può avere effetti piuttosto diversi, da lievi problemi respiratori a malattie molto più gravi. Va considerato, però, che rispetto ad altri virus come ad esempio il SARS-CoV-2 (e successive mutazioni), nell’uomo l’infezione ha un tasso di mortalità molto più alto. Fortunatamente, i virus influenzali di tipo A come l’H5N1 non infettano facilmente gli esseri umani e la trasmissione da uomo a uomo ad oggi appare difficile e improbabile. La stragrande maggioranza dei casi accertati dal 2003 a oggi ha riguardato persone che si trovavano a stretto contatto con uccelli infetti, vivi o morti, o con ambienti contaminati.

Aviaria, il virus circola

Il virus, però, continua a circolare negli uccelli, pollame compreso, e per questo resta il rischio di nuovi casi nell’uomo, seppur rari. Finora non è stata accertata dal punto di vista epidemiologico la trasmissibilità da un essere umano all’altro, ma è bene ricordare che non esistono vaccini specifici per l’H5N1 nell’uomo.

Aviaria, i casi tra Usa e Messico

Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico il virus dell’influenza aviaria sta girando e non poco. In 11 diversi Stati Usa sono stati confermati casi nelle mucche, che avevano manifestato dei sintomi ed erano state testate, con la conferma della presenza del virus H5N1. Sarebbero una novantina gli allevamenti interessati dai focolai e anche la Food and Drug Administration, l’agenzia statunitense del farmaco, ha invitato le autorità sanitarie, nazionali e locali, ad alzare il livello di attenzione sul latte crudo, che è bandito dal commercio tra i diversi Stati ma non all’interno dei singoli Stati.
L’allerta resta molto alta anche perché il virus sta colpendo nuove specie selvatiche: nello Stato del New Mexico, 11 topi comuni sono risultati positivi e questo potrebbe essere un elemento di rischio per la diffusione del virus anche nell’uomo.
Appena più a Sud, in Messico, c’è stato anche un vero e proprio caso diplomatico. L’Oms aveva annunciato la prima vittima umana per il virus H5N2, ma il ministro della Salute messicano Jorge Alcocer ha subito smentito, spiegando che un 59enne è morto per complicazioni derivanti dal diabete e per insufficienza renale. Alla fine, l’Oms ha dovuto correggere il tiro, chiarendo che il decesso non poteva essere attribuito all’aviaria, ma a “cause multifattoriali“.

Aviaria, infettivologi discordi

Con l’epidemia che si sta progressivamente diffondendo nel mondo, c’è da capire come ci si debba organizzare a livello epidemiologico, sapendo che non esistono vaccini specifici e che al momento ci sarebbero solo dei vaccini candidati. Per ridurre la durata della replicazione virale e aumentare, seppur di poco, le possibilità di sopravvivenza, sono disponibili alcuni farmaci antivirali, come gli inibitori della neuraminidasi (oseltamivir, zanamivir) o lo Xofluza (baloxavir marboxil). Proprio quest’ultimo viene caldamente consigliato dall’epidemiologo statunitense Eric Feigl-Ding: “Se l’aviaria diventerà trasmissibile da uomo a uomo, occorre iniziare ad accumulare una serie di farmaci contro l’influenza per non pentirsene quando saranno carenti“.
Di tutt’altro avviso, invece, Matteo Bassetti. “Mi pare esagerato dire alle persone di prendere antivirali per la profilassi o di fare scorte di farmaci. Ci vuole equilibrio e attenzione, altrimenti in un attimo si passa dalla giusta attenzione al cattivo allarmismo” – ha spiegato l’infettivologo genovese all’AdnKronos – “I sistemi sanitari devono lavorare per l’approviggionamento di farmaci, la verifica dei casi sospetti e la preparazione di posti letto. Tutto fa parte di un piano di preparazione ma dire alle persone di prendere gli antivirali se stanno male è sbagliato”.