AMBIENTE, RICERCA USA, GLI INDUMENTI INQUINANO PIÙ DELLA PLASTICA

Ambiente vestiti. Di Erika Olimpio. Chi lo avrebbe mai detto? I vestiti inquinano più della plastica. Lo rivela uno studio sull’impatto ambientale dei vestiti condotto dalla Ellen MacArthur Foundation, società statunitense che mira a sostituire l’economia tradizionale con quella circolare, in cui i materiali sono recuperati al termine del loro utilizzo.

Questa ricerca ha prima di tutto analizzato la vendita del vestiario, che dal 2000 al 2015 è aumentata nonostante la crisi economica mondiale; ha poi anche rivelato che è considerevolmente diminuito il numero delle volte in cui il capo di abbigliamento viene indossato.

Infatti, da una parte la qualità dei vestiti è diminuita, dall’altra la sindrome da shopping ci indice ad acquisti spesso superflui se non inutili.

Il risultato? L’aumento delle quantità di vestiario che divengono dei rifiuti.

Lo studio della Ellen MacArthur Foundation attesta che più di metà della produzione di vestiti spesso di ultima moda è gettata via in meno di un anno e la quantità di un camion pieno di rifiuti tessili è sotterrata o bruciata ogni secondo.

Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna d’inquinamento di Greenpeace, sostiene: “Il riciclo non è una soluzione, i mercatini sono saturi e la sfida tecnologica per riciclare al 100% le fibre non è ancora stata vinta. Le aziende dell’abbigliamento devono ripensare il modello usa e getta e produrre capi che durano.”

Questo sistema di produzione, acquisto, uso e smaltimento non è solo causa di spreco, ma è anche estremamente inquinante. L’industria tessile oggi è infatti il secondo comparto industriale più inquinante al mondo dopo quella petrolifera e i materiali usati che vengono in effetti riciclati corrispondono a meno dell’1%.

Inoltre gli indumenti sono realizzati per lo più in materiale sintetico, come il poliestere, il cui consumo aumenta circa del 5% ogni anno. Questa fibra che rappresenta circa il 50% del mercato complessivo di tessuti, è un derivato del petrolio e non è smaltibile.

Nonostante le fibre sintetiche inquinino di più di quelle naturali, va anche ricordato che la stessa produzione di cotone è fortemente inquinante. Per la sua coltivazione, infatti, c’è bisogno di molta energia e grandi quantità di acqua, pesticidi e fertilizzanti.

Le piantagioni di cotone utilizzano circa il 2,5% dei terreni coltivabili al mondo e hanno inciso drammaticamente sulle superfici di molti laghi, imponendo la deviazione degli affluenti che li alimentavano per sfruttare al meglio il suolo. Il lago D’Aral in Kazakistan, ad esempio, in 50 anni si è ridotto al 10% scarso della superficie originaria.

Inoltre per le lavorazioni speciali si impiega più energia e consumo delle altre produzioni, come per l’impermeabilizzazione o la colorazione dei capi, per cui vengono utilizzate più di 2000 sostanze chimiche, spesso pericolose oltre che inquinanti.

Di solito i vestiti che compriamo sono prodotti in Asia, quindi molto lontano dal luogo della vendita. Ciò comporta già un grande consumo di energia per il trasporto e lo smistamento.

Inoltre, secondo una ricerca condotta dall’Università della California, al primo posto tra i maggiori inquinanti marini ci sarebbero proprio le microfibre che si staccano dai tessuti durante il lavaggio e dallo scarico della lavatrice arrivano fino al mare e ai fiumi e, oltre a causarne l’inquinamento, vengono ingerite da animali acquatici e non, rischiando di finire sulle nostre tavole.  Qui per approfondire: https://youtu.be/i20XNSYkL3s

Tanto per fare un esempio, è stato calcolato che in media un giubbotto in sintetico perde 1,7 grammi di microfibre ad ogni lavaggio e che per circa il 40% finisce nelle acque. In questo scenario di inquinamento ambientale non tutti sono rimasti a guardare.

Team di esperti si stanno già mobilitando per la creazione di abiti sostenibili, come il Grape Leather. Si tratta di un gruppo di giovani ricercatori che sono riusciti a creare una pelle vegetale dagli scarti della produzione di vino e dall’uva. Per maggiori informazioni leggi anche: https://www.teleambiente.it/moda-etica-riciclo-vino/

Altre fibre sono state create a partire da elementi naturali come birra, cocco o dalle proteine del latte. L’azienda italiana Orange Fiber ha inoltre proposto una nuova fibra trasformando gli scarti dell’azienda agrumicola in tessuti indossabili. Mentre la nuova impresa Bolt Threads propone una seta sintetica ispirata alla ragnatela, ma prodotta con acqua, zucchero e lievito geneticamente modificato.

Intervista alla stilista Dunia Algeri: https://www.teleambiente.it/2695-2/

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