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AMBIENTE, ECCO I PAESI CHE PIU’ SI SONO IMPEGNATI PER DIFENDERE IL NOSTRO PIANETA

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Ambiente. La salvaguardia del nostro Pianeta è una questione di vita o di morte, ma non tutti i Paesi del mondo se ne sono ancora resi conto.

Sono state diverse quest’anno le iniziative di alcuni Paesi e organizzazioni per cercare di affrontare al meglio alcuni dei maggiori problemi ambientali del nostro Pianeta come l’inquinamento da plastica, la mitigazione dei disastri legati ai cambiamenti climatici e l’avvio di un transizione energetica.

 

Cina

Se dovessimo affidare una medaglia per l’impegno, il primo posto andrebbe sicuramente alla Cina che quest’anno si è distinta per lo scontro con gli Stati Uniti nella lotta ai cambiamenti climatici, per il suo sviluppo delle fonti rinnovabili e il divieto di importazione di rifiuti dall’estero, provvedimento quest’ultimo che ha messo in crisi le nazioni occidentali.

La decisione del Paese dell’estremo oriente a non vuole più essere la “discarica di rifiuti del mondo”, ha stimolato la prese di coscienza anche da parte di altri Paesi asiatici che hanno così dato avvio a una serie di divieti di import dei rifiuti destinati allo smaltimento.

Ma nonostante Pechino stia investendo molto nelle fonti rinnovabili, secondo un rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno dal Center on global Energy policy della Columbia University,

nel 2017 le emissioni di carbonio sono aumentate.

A preoccupare non sono solo le emissioni, ma anche gli impatti ambientali del faraonico progetto “Belt and Road” da mille miliardi che la Cina sta realizzando per lo sviluppo di infrastrutture e di impianti energetici.

 

 

Malesia

Lo scorso settembre la Malesia ha annunciato il suo obiettivo di eliminare la plastica monouso entro il 2030, diventando il primo paese nel sud-est asiatico ad aver adottato azioni specifiche in questo campo, oltre ad aver ha deciso di limitare le importazioni di plastica dall’estero che hanno portato alla nascita di impianti di riciclaggio illegali in tutta la regione.

Parallelamente il governo di Kuala Lumpur ha deciso di sviluppare un’industria per la produzione di materiali ecologici che possano sostituire la plastica.

Passi in avanti anche nel settore energetico.

La Malesia ha avviato un cambio di marcia orientandosi verso la transizione energetica e lo sviluppo di impianti a fonti rinnovabili.

Yeo Bee Yin – ministro per l’energia, tecnologie verdi, scienza, cambiamento climatico e ambiente – ha avviato una politica di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, annullando solo quest’anno quattro contratti energetici che altrimenti sarebbero stati assegnati alle compagnie del carbone.

Yeo Bee Yin è il più giovane ministro femmina del governo ed è pronta a intraprendere un’azione legale contro la società minerario australiana Lynas per l’accumulo di scorie radioattive nelle loro attività in Malesia.

 

 

Vanuatu

È di qualche giorno fa l’annuncio dello stato del Pacifico di Vanuatu di voler citare le compagnie di combustibili fossili e i governi che le sostengono per il loro ruolo nel guidare i cambiamenti climatici.

L’annuncio arriva due anni dopo che Vanuatu e altri cinque stati insulari hanno rilasciato la Dichiarazione per la giustizia climatica (Declaration for Climate Justice), dopo che il peggior ciclone che ha colpito la regione del Pacifico ha devastato la piccola nazione.

Per il direttore esecutivo di Greenpeace International, la mossa di Vanuatu è un simbolo di leadership politica e morale “in un mondo pieno di miopia politica e vigliaccheria”.

Se Vanuatu intenterà la causa, sarebbe la prima causa per la responsabilità dei cambiamenti climatici presentata da un governo nazionale.

 

 

Kenya

Predisposto dal Kenya, un Paese particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici, un piano ambizioso con l’intenzione di arrivare al 100% di energia pulita entro il 2020.

Cinque delle sue contee hanno recentemente promulgato leggi per investire una parte dei loro budget annuali per lo sviluppo di misure inerenti l’adattamento ai cambiamenti climatici e la costruzione di una resilienza energetica.

Buone pratiche che hanno portato il Kenya ad avere il 70 per cento della capacità elettrica installata proveniente da fonti rinnovabili.

 

 

Taiwan

Lo scorso novembre, con un referendum popolare,  Taiwan ha respinto la politica del governo di eliminare gradualmente l’energia nucleare entro il 2025. Quasi 6 milioni di persone hanno votato per riportare il nucleare nel mix energetico del Paese sette anni dopo il disastro nucleare di Fukushima.

Gli elettori hanno inoltre approvato il blocco della costruzione di centrali e un piano energetico che sottrae il Paese al carbone. Gli esperti hanno attribuito questo cambio di posizione del Paese alle preoccupazioni degli elettori per l’aumento delle emissioni inquinanti.

 

Ma accanto a queste politiche lungimiranti, non sono mancati gli esempi negativi del Brasile e degli Stati Uniti che preferiscono pensare più al profitto immediato che mettere in atto azioni a difesa del pianeta.

 

 

Brasile

Ad un solo mese dall’elezione del nazionalista Jair Bolsonaro, il Brasile, il più grande paese dell’America Latina, ritira la sua offerta per ospitare la conferenza sul clima delle Nazioni Unite COP25 nel 2019 citando “vincoli di bilancio”.

Una decisione che conferma le forti preoccupazioni dagli ambientalisti e degli osservatori internazionali in merito alle politiche ambientali del neo presidente che vogliono ribaltare le leggi ambientali brasiliane di tutela della Foresta amazzonica e a bloccare le azioni di lotta ai cambiamenti climatici.

Il piano del nuovo governo è quello di distruggere più foreste ( e l’Amazzonia è il più grande serbatoio di carbonio del mondo, il polmone del Pianeta) per far posto a terreni agricoli per la coltivazione di soia è una brutta notizia per tutti noi.

 

 

Stati Uniti

Più volte il Presidente Trump ha affermato di non credere ai cambiamenti climatici e di non voler prendere parte alla lotta per contrastarli chiamandosi fuori dall’Accordo di Parigi, ma sono tante le città americane che si sono scagliate contro il governo e le compagnie legate ai combustibili fossili, facendo registrare così al Paese il più alto numero di cause intentate.

Da una parte troviamo città come New York, San Francisco, Oakland e Baltimora che hanno citato in giudizio imprese importanti come Exxon Mobil e Shell, dall’altra la “Children’s Climate Lawsuit” con cui ventuno giovani tra gli 11 e i 22 anni hanno portato in tribunale il governo degli Stati Uniti per costringerlo a ridurre le emissioni di gas serra.

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