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Amazzonia, al summit Iucn di Marsiglia la campagna per proteggerla. Gli indigeni: “Una nuova alleanza con pari diritti”

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Amazzonia, una nuova campagna per proteggerla. Al summit sulla biodiversità, organizzato dall’Iucn a Marsiglia, hanno partecipato anche i leader indigeni, che lanciano un nuovo modello di tutela.

L’Amazzonia al centro del summit della biodiversità di Marsiglia, organizzato dall’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn). Proposta una nuova campagna per proteggere la foresta, con la partecipazione dei leader delle tribù indigene che la popolano. Per la prima volta in 70 anni, gli indigeni sono membri permanenti con diritto di voto e non più rappresentanti della categoria delle Ong. A rappresentare gli indigeni i delegati di 23 diverse organizzazioni, provenienti dai vari Paesi amazzonici.

 

Si tratta di un cambio di paradigma molto importante: se una volta si considerava come modello migliore di tutela della biodiversità lasciare le aree protette lontane dall’attività umana, ora sta maturando l’idea che solo le comunità indigene possono preservare al meglio l’ambiente e l’80% di biodiversità che rimane nell’Amazzonia, come tra l’altro ha accertato di recente anche l’Onu. Qualcosa sta cambiando, specialmente se si considera che il modello di conservazione europeo, in passato, ha portato solo a violazioni dei diritti umani e alla deportazione di 20 milioni di indigeni.

Tra i rappresentanti indigeni a Marsiglia c’era anche il venezuelano José Gregorio Diaz Mirabal, membro dei Wakuenai Kurripaco. Il delegato ha spiegato: “Siamo qui con la nostra voce e col nostro voto, vogliamo costruire una nuova alleanza con pari diritti, ma c’è ancora molto da fare. Alle nostre comunità arriva meno dell’1% dei fondi investiti per proteggere la biodiversità e mitigare il cambiamento climatico nei nostri territori. Qui si finanziano tanti consulenti che vengono da noi a dirci ciò che già sappiamo su come proteggere l’ambiente“. Lo riporta il Guardian.

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Il movimento rappresentato da Diaz Mirabal ha anche lanciato la campagna ‘Amazonia por la vida’, che chiede di proteggere l’80% del bacino dell’Amazzonia entro il 2025 (quasi il doppio delle aree protette o abitate dagli indigeni) tramite maggiori poteri di gestione agli indigeni. La campagna chiede anche di fermare le attività di estrazione in quei territori e di contrastare la violenza contro chi cerca di difenderli. Il 2019, in tal senso, è stato l’anno peggiore, con il record di attivisti uccisi, di cui il 40% apparteneva alle comunità indigene. “La scienza dice che i territori indigeni sono quelli che vengono protetti meglio, ma abbiamo anche i più alti dati di vittime di omicidi. I parchi nazionali sono tutti finanziati dai governi e tutelati dalla legge, ma poi per i territori indigeni non c’è nulla e dobbiamo difenderli con la nostra vita e il nostro sangue“, ha aggiunto Diaz Mirabal.

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Le comunità indigene di tutto il mondo, radunatesi a Marsiglia, a margine del summit Iucn si sono anche riunite in un altro vertice, denominato ‘Our Land, Our nature’. In discussione è stato messo anche il principio del 30×30, quello di voler proteggere il 30% della Terra entro il 2030. Mordecai Ogada, direttore di Conservation Solutions Afrika, ha infatti spiegato: “L’obiettivo del 30×30 è un problema strutturale, dobbiamo ridefinire il concetto di aree protette e dobbiamo trovare un modello più sofisticato di biodiversità e conservazione“. Anche Juan Pablo Gutierrez, indigeno colombiano in esilio in Francia, ha affermato: “Con il 30×30 i governi distraggono l’opinione pubblica mondiale, proponendo soluzioni che poco hanno a che vedere con il vero problema nel suo complesso. Se vogliamo contrastare il cambiamento climatico, dobbiamo contrastarne le cause, ma l’Occidente ricco continua a sfruttare le risorse e a distruggere l’ambiente“.

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