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Amazzonia, il Papa chiude il Sinodo con un appello: “Salviamo la Foresta”

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Papa Francesco ha concluso il Sinodo speciale sull’Amazzonia con una messa solenne, in cui ha sottolineato di nuovo la necessità di un’azione mondiale congiunta per salvaguardare il Polmone Verde del Pianeta.

Papa Francesco chiude ufficialmente il Sinodo sull’Amazzonia. Nella messa domenicale a chiusura del Sinodo ha chiesto al mondo  di impedire il saccheggio continuo della Foresta e la morte di tanti indios.

«Gli errori del passato non son bastati per smettere di saccheggiare gli altri e di infliggere ferite ai nostri fratelli e alla nostra sorella terra: l’abbiamo visto nel volto sfregiato dell’Amazzonia» ha detto il Papa durante il sermone.

Il riferimento va al genocidio in atto delle comunità indigene che vivono nell’immensa foresta amazzonica e che rischiano continuamente di morire sotto l’azione criminale di gruppi, spesso illegali, che portano avanti un massiccio piano di deforestazione e di sfruttamento di risorse preziose, oro, platino, petrolio, diamanti contenuti in quelle terre.

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Il Papa alla messa, ricordando la parabola del fariseo e del pubblicano, invita così i cristiani ad ascoltare un po’ di più chi soffre. «Ci fa bene frequentare i poveri».

«Quante presunte superiorità, che si tramutano in oppressioni e sfruttamenti, anche oggi! Lo abbiamo visto nel Sinodo quando parlavamo sullo sfruttamento del creato, della gente, degli abitanti dell’Amazzonia, sulla tratta e sul commercio delle persone» ha detto durante l’omelia.

Francesco ha anche messo in guardia dalla «religione dell’io, di chi si ritiene migliore degli altri», che mette le distanze e alza i muri per aumentarle, dimenticando il prossimo, considerandolo uno scarto. Una religione «ipocrita con i suoi riti e le sue ‘preghiere’, dimentica del vero culto a Dio, che passa sempre attraverso l’amore del prossimo. Anche cristiani che pregano e vanno a Messa la domenica sono sudditi di questa religione dell’io», ha sottolineato Francesco. Poi a braccio ha aggiunto: «Tanti sono cattolici, si confessano cattolici, si sono dimenticati di essere cristiani, tanti gruppi cristiani e cattolici vanno su questa strada. Quante volte  vediamo questa dinamica in atto nella vita e nella storia

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Il sinodo si è concluso con l’approvazione del documento finale, approvato sabato a larga maggioranza dai 181 presenti nell’Aula del Sinodo.

 

Il testo, che si apre con l’affermazione di San Paolo VI “Cristo indica l’Amazzonia”, è parte del «lungo cammino» inaugurato da papa Francesco a Puerto Maldonado, il 19 gennaio 2018. E proseguito con un attento processo di ascolto «del Popolo di Dio nella Chiesa d’Amazzonia», fino alle tre settimane di Assemblea che oggi si concludono con la Messa celebrata dal Pontefice. In tale articolata realtà, dunque, esso va inquadrato perché – proprio come accade nel bioma panamazzonico – anche in questo scritto, parole e frasi e paragrafi – in tutto 120 – sono intimamente concatenati l’uno all’altro.

Il testo non tace i tanti dolori e le tante violenze che oggi feriscono e deformano l’Amazzonia, minacciandone la vita: la privatizzazione di beni naturali; i modelli produttivi predatori; la deforestazione che sfiora il 17% dell’intera regione; l’inquinamento delle industrie estrattive; il cambiamento climatico; il narcotraffico; l’alcolismo; la tratta; la criminalizzazione di leader e difensori del territorio; i gruppi armati illegali.

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Ampia, poi, la pagina amara sulla migrazione che in Amazzonia si articola su tre livelli: mobilità di gruppi indigeni in territori a circolazione tradizionale; spostamento forzato di popolazioni indigene; migrazione internazionale e rifugiati. Per tutti questi gruppi, occorre una pastorale transfrontaliera in grado di includere il diritto alla libera circolazione.  Il problema della migrazione – si legge – deve essere affrontato in modo coordinato dalle Chiese di frontiera.

Un lavoro di pastorale permanente va, inoltre, pensato per i migranti vittime di tratta.  Il Documento sinodale invita a porre l’attenzione anche sullo spostamento forzato delle famiglie indigene nei centri urbani, sottolineando come tale fenomeno richieda una “pastorale d’insieme nelle periferie”. Di qui, l’esortazione a creare équipe missionarie che, in coordinamento con le parrocchie, si occupino di questo aspetto, offrendo liturgie inculturate e favorendo l’integrazione di tali comunità nelle città.

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