È morto a 60 anni stroncato dal coronavirus Paulinho Paiakan, capo della tribù Caiapó Bep’kororoti, una vita passata a combattere taglialegna illegali, cercatori d’oro e razziatori della Foresta Amazzonica.

Era una delle figure più importanti nella difesa della sua terra, la Foresta Amazzonica. Sempre in prima linea, anche davanti alle cariche della polizia. Si è spento alla fine solo per colpa del maledetto virus che sta falcidiando il suo popolo.

Muore a 60 anni, Paulinho Paiakan, capo della tribù Caiapó Bep’kororoti, figura carismatica nell’Amazzonia indigena, leader amato e rispettato dalla folta comunità dei nativi brasiliani, protagonista di mille battaglie, artefice della Carta Costituzionale che nel 1988 ha sancito il diritto alla terra per 900mila indigeni delle 240 tribù presenti in Brasile.

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È deceduto nell’ospedale regionale di Rendençao, nel Sud dello Stato di Pará. Assieme a nomi come Mario Juruna, Tuíria Kayapó, Ailton Krenak, Álvaro Tukano e Raoni Metuktire, il capo Paulinho ha scritto la storia degli indigeni moderni, i loro scontri, le loro sconfitte e le loro conquiste. Una storia che parte da lontano. Dai primi anni Sessanta del secolo scorso. Paulinho è ancora un bambino. Viene portato dai missionari ad Altamira. Diventa il primo “uomo dei fiumi” a scoprire il mondo dei bianchi, a imparare il portoghese.

 


Durante la lotta contro i primi garimpeiros accampati attorno a Maria Bonita, zona mineraria nel cuore dell’Amazzonia, tira fuori la sua anima di guerriero. Piazza i suoi su una collina che domina il campo dei cercatori: sono in pochi, ma sembrano molti di più. Paulinho scende verso la polizia che da giorni è sul posto. “Siamo migliaia”, dice all’ufficiale che guida il piccolo drappello di agenti. “Bisogna fare qualcosa o ci sarà un massacro”. Il bluff funziona, i minatori pochi giorni dopo rinunciano e lasciano la zona.

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La seconda, grande battaglia, anche questa coronata da successo, lo vede impegnato contro la costruzione delle centrali idroelettriche sul fiume Xingu. Con un altro leader dei Kayapó, Kube-i, vola a Washington e incontra i rappresentanti della Banca Mondiale, della Casa Bianca e del Congresso. È il 1988: assieme all’antropologo Darrell Posey che li accompagna, denuncia che il progetto delle centrali è stato realizzato senza consultare le popolazioni indigene, che le loro terre rischiano di essere inondate per le deviazioni imposte al corso d’acqua. La Banca Mondiale congela il prestito e il progetto è bloccato.

Seguiranno altri successi, conquiste di terre che vengono segnate da precisi confini e affidate definitivamente alle tribù indigene, fino alla trappola: nel 1992 Paulinho Paiakan è accusato di aver stuprato una studentessa, Sílvia Léticia Ferreira, 18 anni, a Rendeçao. La denuncia esce durante Eco-92, la conferenza mondiale sull’ambiente. Scatta l’inchiesta, arriva il processo, con altre battaglie e questa volta con una condanna: sei anni di carcere a regime duro. Gli concedono due anni e quattro mesi di arresti domiciliari.

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Per Paulinho è finita, cala la sua stella. Ma il suo contributo per la sopravvivenza gli indigeni del Brasile resta immortale.

 

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