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Amazzonia, la foresta vicina ad un irreversibile punto di non ritorno

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Le previsioni sostengono che la Foresta amazzonica potrebbe smettere di autosostenersi entro il 2021. “Se Bolsonaro è seriamente intenzionato allo sviluppo (industriale) della foresta Amazzonica senza interessarsi alla preservazione, il punto di non ritorno potrebbe essere raggiunto durante il suo mandato”, Monica de Bolle.

L’aumento della deforestazione, unito alle politiche distruttive del Presidente brasiliano Bolsonaro rischiano di spingere la foresta amazzonica ad un punto di non ritorno. Una volta raggiunto, questa smetterà di produrre la pioggia necessaria per autosostenersi e si trasformerà in una savana, rilasciando milioni di tonnellate di carbonio che porteranno ad un aumento delle temperature globali ed un cambiamento delle condizioni climatiche in tutto il Sud America.

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L’avvertimento è giunto dal dossier pubblicato da Monica de Bolle, docente al Peterson Institute for International Economics of Washington DC.  De Bolle attualmente è a capo del programma degli studi latinoamericani della John Hopkins University e il mese scorso (settembre 2019) si è espressa davanti al Congresso degli Stati Uniti sulla preservazione della foresta amazzonica, con quella che lei ha definito una provocazione.  “E’ come una scorta in un magazzino, e come ogni scorta la utilizzi fin quando non ti rendi conto di non averne più” sostiene de Bolle, aggiungendo suggerimenti per raggiungere una soluzione.

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Il suo report si basa sui dati del Brazil’s space research institute, INPE, per i quali la deforestazione nell’agosto del 2019 è risultata del 222% più alta rispetto ad agosto 2018. Mantenendo il tasso di deforestazione che si è registrato da gennaio ad agosto di questo anno, il punto di non ritorno dovrebbe essere previsto nel 2021, dopo il quale la foresta amazzonica potrebbe smettere di autosostenersi. “Se Bolsonaro è seriamente intenzionato allo sviluppo (industriale) della foresta Amazzonica senza interessarsi alla preservazione, il punto di non ritorno potrebbe essere raggiunto durante il suo mandato”.

Il report ha causato controversie all’interno della comunità scientifica. Alcuni sostengono che il punto di non ritorno sia distante ancora 15-20 anni, altri sono convinti che l’avvertimento rifletta i danni causati dalle ultime politiche di Bolsonaro.

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Carlos Nobre, uno dei più importanti scienziati del Brasile e capo ricercatore alla University of São Paulo’s Institute for Advanced Studies, ha messo in dubbio i suoi calcoli riguardo ad una deforestazione che ad oggi copre 18000 km2.  Ma secondo de Bolle dovrebbe raggiungere i 70000 km2 entro il 2021: “Mi sembra veramente improbabile, il calcolo è più di natura economica che ecologica, tuttavia non metto in dubbio l’evidenza di un aumento della deforestazione”.

Lo scorso anno Carlos Nobre, in un articolo scritto insieme al biologo Thomas Lovejoy, professore alla George Mason University of Fairfax, ha sostenuto che il punto di non ritorno della foresta amazzonica potrà avvenire nelle aree ad est, sud e al centro della foresta, una volta che la deforestazione avrà raggiungo il 20/25% di disboscamento. Questo potrebbe non avvenire prima di un periodo di 20/25 anni. “La foresta amazzonica è già diminuita del 17%, quindi facendo riferimento all’attuale tasso di deforestazione il punto di non ritorno dovrebbe essere raggiunto entro vent’anni. Spero che i suoi calcoli siano errati, altrimenti è la fine del mondo.”

Lovejoy teme che la predizione di de Bolle possa divenire realtà a causa della deforestazione, dell’aumento degli incendi e del riscaldamento globale, che hanno creato una sinergia negativa che sta accelerando il processo di distruzione, riferendosi alla siccità degli ultimi anni come ad un segnale di avvertimento. “Stiamo vedendo i primi segnali di questo punto di non ritorno. È come se una foca cercasse di tenere in equilibrio una palla di gomma sul proprio naso. L’unica cosa da fare è piantare alberi fino a raggiungere un margine di sicurezza”, afferma Lovejoy.

Tra gli accordi di Parigi firmati dall’ex Presidente Dilma Rouseff, il Brasile ha promesso di rimboschire 12 milioni di ettari e di porre fine al disboscamento illegale, promesse che, secondo Mongabay, il Brasile difficilmente riuscirà a mantenere. La deforestazione è iniziata ad aumentare nel 2013 sotto la presidenza Rouseff dopo 9 anni di riduzione ed ha continuato durante la presidenza Bolsonaro.

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Claudio Angelo dell’Osservatorio Climatico ha giudicato troppo pessimistiche le previsioni di de Bolle, aggiungendo però dei suggerimenti per evitare che queste previsioni si realizzino, come un aumento del Fondo per la foresta Amazzonica che finanzia progetti di sostenibilità includendo gli Stati Uniti ed altri paesi, sostituendo virtualmente il Brasile che non è intenzionata a finanziare questi progetti.

Il Fondo è sostenuto da Norvegia e Germania, che hanno interrotto i pagamenti nel mese di agosto. De Bolle sostiene che il Brasile dovrebbe applicare una risoluzione che preveda finanziamenti da parte del credito rurale agli agricoltori che soddisfino il requisito ambientale e le altre leggi. Bolsonaro ha già promesso di sviluppare industrialmente l’Amazzonia e il suo governo ha intenzione di concedere le licenze minerarie nelle riserve protette.

Il ministro dell’ambiente Ricardo Salles ha già incontrato taglialegna e minatori mentre gli incendi e la deforestazione sono aumentati da quando è entrato in carica nel gennaio 2019. Claudio Angelo afferma che “nonostante tutte le pazzie, Bolsonaro è riuscito a portare le attenzioni del mondo nei confronti della Foresta amazzonica”.

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