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Amazzonia, come fermare la deforestazione: il fenomeno continua a ritmi sempre più preoccupanti

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La deforestazione in Amazzonia continua a ritmi sempre più preoccupanti. Ma un nuovo studio indica i diritti umani come la chiave sovranazionale per contrastare il fenomeno.

La speranza era che la pandemia mondiale in atto potesse rallentare il fenomeno della deforestazione in Amazzonia, ma da quanto emerge dal rapporto Complicity in destruction III, giunto ormai alla sua terza edizione e pubblicato dall’Associazione dei popoli indigeni del Brasile (APIB) e la Ong Amazon Watch,  il fenomeno continua a ritmi sempre più preoccupanti.

Il rapporto sopra citato individua ed analizza gli attori coinvolti nel fenomeno e ricostruisce dettagliatamente il legame tra la grande finanza e le imprese appartenenti ai settori dell’agroalimentare, dell’energia e minerario, attive localmente e responsabili di sviluppare i propri progetti imprenditoriali a discapito di un ecosistema sempre più irrimediabilmente compromesso.

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Le implicazioni che ne conseguono non sono solo ambientali ma anche razziali. Il fenomeno, infatti, colpisce i popoli nativi esponendoli all’invasione abusiva dei territori, generando violenza, conflitti e distruzione ambientale.

Come sempre il coinvolgimento di grandi colossi finanziari porta con sé promesse e retorica in onore dell’ambiente e di diritti sociali, ma che non si traducono in azioni concrete e realmente performanti se non in un’ottica di greenwashing aziendale e di tutela dei profitti.

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Alla luce delle difficoltà riscontrate nel tutelare l’ambiente e rallentare il fenomeno di deforestazione chiamando in causa il climate change, due ricercatori, Justine Bendel dell’università di Exeter e Tim Stephens dell’università di Sydney, hanno individuato nei diritti umani la chiave sovranazionale per contrastare il fenomeno e raggiungere gli obiettivi di tutela ambientale, climatica e sociale.

L’analisi dei due ricercatori parte dall’assioma che la difficoltà nell’ottenere risultati in ambito ambientale è riconducibile al fatto che la Foresta Amazzonica si sviluppa su una vasta aria che ricomprende vari Stati, ognuno dei quali ha le proprie leggi e regolamenti riguardo l’ambiente, il clima e lo sfruttamento economico delle risorse naturali. Questo comporta rallentamenti nei responsi dei tribunali che non riescono a stabilire una linea univoca per garantire le tutele ambientali perché persi nel groviglio di leggi.

 

Secondo i due ricercatori, il riconoscimento sovranazionale dei diritti umani come diritti fondamentali risolve la complessità sopra citata, creando un vantaggio per gli attivisti, quello di poter intentare azioni legali verso un unico Stato, riducendo i tempi del responso da parte del Tribunale. Si dovrà solo accertare che quella determinata attività oggetto di denuncia arreca danno alla popolazione locale.

Quindi la soluzione di Bendel e Stephens è di riuscire a raggiungere obbiettivi ambientali e climatici, passando per i diritti umani. E come la storia inizia a dimostrarci, diritti ed ambiente sono grandi alleati.

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Cosa lega i consumatori italiani alla deforestazione della foresta amazzonica? Legno, pellame e soia, usata per alimentare il bestiame. Questo legame viene raccontato e per certi versi svelato da un documentario “Deforestazione made in Italy” di Francesco De Augustinis.


Di Barbara Lincesso

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