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Amazzonia, gli archeologi contro Bolsonaro: “Cancella la storia della foresta”

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Il presidente Jair Bolsonaro ha tagliato i fondi alla ricerca archeologica aprendo la Foresta amazzonica a taglialegna e minatori, mettendo a rischio le prove dell’esistenza di culture antiche.

Quando gli archeologi Eduardo Kazuo e Màrjorie Lima hanno dissotterrato nove urne funerarie precolombiane a Taury, una piccola comunità nella Foresta amazzonica brasiliana, la loro reazione è stata un misto di piacere e disperazione. I vasi contenenti resti umani e dipinti con forme antropomorfe di scimmie e serpenti sono gli unici rimasti intatti. Ma il ritrovamento straordinario dello scorso anno sottolinea la precaria situazione del piccolo team del Marimaurà Institute for Sustainable Development che lo ha scoperto. Potendo fare affidamento solamente su fondi internazionali, sono gli unici archeologi nel raggio di 500 km. “Abbiamo bisogno di studenti, ricercatori, e fondi ma abbiamo il governo che abbiamo” ha spiegato Kazuo.

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Nuove scoperte suggeriscono che le civiltà dell’Amazzonia precolombiana potevano essere paragonate alle culture delle Ande e del centro America. Avevano popolazioni di milioni di individui, che vivevano interconnessi in villaggi fortificati. Hanno lasciato arte rupestre, canali di irrigazione, strade rialzate ma ogni edificio in roccia, descritto dai conquistatori, è andato distrutto.Ma secondo un crescente numero di studiosi, gran parte della foresta amazzonica è stata modellata dagli umani.

Gli archeologi in Amazzonia sostengono che il progresso sia in pericolo a causa delle politiche del presidente Jair Bolsonaro. La ricerca sta affrontando drammatici tagli di fondi che metteranno in pericolo prove inestimabili. E il trasferimento in massa delle comunità indigene, a causa delle promesse di Bolsonaro di aprire l’Amazzonia ai taglialegna, minatori e agricoltori in nome dello sviluppo, rischia di distruggere la conoscenza necessaria per ricostruire il passato dell’Amazzonia e potenzialmente salvaguardare il futuro. 

“E’ un grande momento per essere un archeologo ma è anche pericoloso – ha raccontato Eduardo Neves, professore dell’Università di San Paolo e decano dell’archeologia moderna in Brasile “la scienza e l’educazione in Brasile sono sotto una nuvola oscura, l’intera prospettiva è a rischio”. 

Rondonia, uno degli stati colpiti maggiormente dalla deforestazione in Brasile, una volta era il crocevia della cultura Sudamericana. Il sito archeologico, conosciuto come Teotonio, mostra alcune dei più profondi, antichi e fertili territori in Amazzonia, conosciuti come “terra preta”, dove sono stati fatti ritrovamenti di oggetti con più di 7,000 anni. Gli antenati dei gruppi linguistici degli Arawak, dei Tupi-Guarani e dei Pano si sono sovrapposti qui, coltivando, pescando e allevando bestiame nella foresta, estendendo reti di migrazioni, commercio e scambi culturali con Orinico Basin, la foresta di Gran Chaco e le Ande. “La diversità culturale qui è tra le più grandi in Amazzonia” ha aggiunto Zuse, “ci sono materiali datati anche di 9,000 anni”.

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Gli scavi sono stati stimolati dalla costruzione della vicina diga di Santo Antonio. Questi progetti richiedono rilevamenti archeologici preliminari, ma anche questa opportunità sta svanendo. L’amministrazione di Bolsonaro sta introducendo una legislazione che permette che i rilievi possano essere fatti solamente se si hanno prove dell’esistenza di materiale archeologico.

Gli archeologi descrivono la situazione come assurda: “Se cambiassero la legge, sarebbe la fine per l’archeologia in Brasile” ha detto Bespalez. I dati prodotti da questo tipo di ricerche hanno permesso agli archeologi di mettere in discussione le tradizionali idee sulle persone dell’Amazzonia, che fossero primitive e vivessero nella foresta, invece di adattarsi ad essa e modellarla, e ridisegnare la forma della storia umana.

“L’agricoltura qui è più antica che in altre parti dell’Amazzonia che nelle Ande”, ha spiegato Bespalez. Le spedizioni scientifiche si sono concentrate sulle aree intorno ai fiumi. Le incursioni nelle aree occidentali e nell’entroterra possono svelare ulteriori evidenze, tra cui l’esistenza di una popolazione precolombiana con una popolazione di dieci milioni di individui.

Ma queste ricerche posso essere interrotte indefinitamente. A marzo, l’amministrazione di Bolsonaro ha annunciato un taglio ai fondi del 42% e del 30% per le università. A settembre, il governo ha indicato che il CNPq, il più grande ente per la concessione di fondi per la ricerca degli scienziati, perderà l’87% del budget destinato alla ricerca nel 2020, mentre Capes, un’altra agenzia di fondi, avrà il budget dimezzato.

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Questi drastici tagli potrebbero creare una “generazione mancante” di scienziati in Brasile, costringendo i dipartimenti archeologi a chiudere come spiegato da Jennifer Watling, archeologa dell’USP. I tagli sono giustificati dal governo di Bolsonaro per risanare i bilanci e incoraggiare i ricercatori a collaborare nel settore privato. Secondo Lima in realtà il presidente vuole solamente “screditare il ruolo della scienza” perché gli scienziati sono contro la sua visione dell’Amazzonia come sviluppo economico.

I paleobotanici hanno identificato almeno 83 specie di piante in Amazzonia, inclusa la manioca, il cacao, le patate dolci, i peperoni, la frutta, le palme e il tabacco, che sono state addomesticate e fino a 5,000 che sono state utilizzate dalle antiche civiltà precolombiane nelle loro case, nei giardini, nei terreni e nei frutteti.

Anche dopo che le malattie europee uccisero gli indigeni nel sedicesimo secolo, l’Amazzonia rimase profondamente segnata dalle mani degli antichi. E i discendenti conservano una forte conoscenza di come salvaguardare l’ambiente circostante. Questa conoscenza è evidente nel Rio Tauary, dove in un percorso di circa venti minuti all’interno della foresta, Francisco Dias ha indicato dozzine di alberi differenti le cui bacche, frutti, legna, linfa e radici vengono utilizzate in cucina, medicina, ceramica, profumeria, adesivi e perfino per reti da pesca.

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La maggior parte dei ricercatori identifica lo spostamento forzato di popolazioni in massa, risultato delle politiche di Bolsonaro come la maggior minaccia al loro lavoro, oltre ad essere una tragedia in generale. La costruzione di dighe o di miniere distruggerà molti siti archeologi, ha spiegato Anne Rapp Py-Daniel, professoressa di archeologia a Ufopa, università di Santarém “ma vedere le persone perdere tutto mi spaventa ancora di più”.

Secondo Neves gli archeologi possono portare una nuova prospettiva nel dibattito sull’Amazzonia, fino ad ora incentrato tra gli ambientalisti che vogliono salvaguardare il suo stato immacolato e coloro che puntano ad estrarre risorse per lo sviluppo.

“L’Amazzonia deve essere protetta, non solo per il ruolo naturale, ma perché rappresenta un sistema molto sofisticato di conoscenza che è stato sviluppato nel corso dei millenni. Non abbiamo ancora idea di cosa possiamo imparare”.

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I capi di Aldeia Maracana, villaggio indigeno di Rio de Janeiro, sperano di creare un corso universitario per preservare e condividere la loro conoscenza. “Le organizzazioni internazionali dovrebbero prendere nota” ha detto Ash Ashaninka, membro del gruppo indigeno Ashaninka. “se vogliono salvare il pianeta, devono lasciare le foreste agli indigeni, perché noi sappiamo come proteggerle e viverci senza distruggerle, avvelenarle o bruciarle. Sappiamo come viverci bene”.

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